Angeli della morte
A dispetto della mole il caporale camminava svelto, in su e in giù, con passo preciso, sicuro, come quello di un automa: - Questi vostri amici hanno cercato di fuggire ieri sera (…). Questi pidocchi ora pagheranno per il loro gesto idiota huuu ma non saranno i soli a pagare.
Verranno impiccati non sette ma quattordici di voi schiavi huuu e saranno questi sette “eroi” a scegliere i loro compagni di morte, saranno sette angeli della morte huuu per altrettanti di voi. – Il fischio dell’asma si mescolò a una tintinnante e prolungata risata. (…)
I sette scheletrici “pidocchi”, a un cenno dello scudiscio del grassone, si mossero verso la folla che sostava sull’attenti (…).
Uno dopo l’altro, con una lentezza commovente, i sette angeli della morte – come li aveva chiamati il caporale – avevano scelto i compagni da portare sul patibolo. Merlino non mosse un muscolo e non tradì un’emozione; aveva imparato che la cosa più importante era non farsi notare, né dalle SS, né dai compagni. Quando uno dei sette si fermò davanti a lui, Merlino non fece niente, non mosse gli occhi, non accennò a un sorriso, e l’angelo pallido, scavato dalla fame, si spostò alla sua sinistra e mise una mano sulla spalla del prigioniero 193.314. A Merlino non sfuggì nemmeno un sospiro di sollievo.
Andrea Molesini, All’ombra del lungo camino, Mondadori, pp. 9-11
letto da Gabriele, Scuola Secondaria "G.Bertolotti" di Gavardo (Brescia)
Merlino è uno zingaro deportato in uno dei campi-satelliti di Auschwitz. È costretto a lavorare al gelo, a stare immobile con gli altri prigionieri durante gli appelli, a subire atroci violenze. Però Merlino non si dà per vinto, e continua a pensare: pensa che a ferire di più i deportati, ebrei e zingari, sia la continua umiliazione che sono costretti a subire, chiusi come animali in un recinto; pensa che essere trattati come animali alla lunga rende animali. Persino il numero che sostituisce il nome è come il marchio per le bestie. Ma Merlino resiste alla disumanizzazione, non rinuncia alla sua umanità, mettendo i suoi carcerieri di fronte alle loro responsabilità: “così, fino alla fine dei tempi, gli assassini verranno chiamati assassini”. (p. 13)
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