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Antologia della Memoria, 15 aprile

9788807921766Il ragazzo di Berlino
Una memoria da Gabriela Zucchini

“Sono scappati?” sussurrò. “Hanno passato il Muro?”
La donna lo fissò con uno sguardo impietrito. “Sembrerebbe la spiegazione più plausibile.”

Alex si sentì ferito. Holger era suo amico. Avrebbe potuto avvisarlo, o almeno salutarlo. Comunque non disse niente alla madre di Holger, che aveva le unghie rosicchiate fino alla carne e il pallore cadaverico di chi non dorme da giorni.

“Mi dispiace molto” disse Alex. “Appena avrà notizie, me lo farà sapere?”

Se ne andò con un peso sul cuore. Il Muro era così vicino a Treptow che di notte si udivano gli ululati dei cani delle guardie. Circolava voce che li affamassero per renderli più feroci. E che, oltre ai cani, c’erano mine, mitragliatrici, trappole e sentinelle che sparavano a vista. Il solo pensiero del Muro lo riempiva di terrore. A scuola i professori lo chiamavano “barriera protettiva” antifascista e sostenevano che fosse stato costruito per prevenire eventuali attacchi dalla Germania  Ovest e per ostacolare gli agenti segreti occidentali. Ma erano pochi quelli che credevano davvero a queste spiegazioni.
Il Muro l’aveva intravisto solo da lontano. Le aree adiacenti erano verboten, vietate. Per andarci bisognava avere una scusa valida, abitare o lavorare da quelle parti. Le strade erano sempre piene di pattuglie che fermavano la gente per interrogarla. Chi non aveva un buon motivo per trovarsi là diventava automaticamente un individuo sospetto.

Dall’altro lato della strada due uomini infagottati in cappotti pesanti sedevano a bordo di una Wartburg beige e tenevano d’occhio l’appartamento di Holger. Quello era il primo movimento che vedevano dalla mezzanotte. Uno dei due pulì la condensa del finestrino del passeggero, si sfilò i guanti spessi e puntò l’obiettivo della macchina fotografica su Alex Ostermann, mentre sbucava dalle scale del caseggiato.

Paul Dowswell, Il ragazzo di Berlino, Feltrinelli, 2012, pp. 37-38

Germania, 1972. Alex e Geli Ostermann vivono con la loro famiglia a Berlino Est, ma si sentono soffocare da quella cappa grigia che il regime ha fatto calare su ogni aspetto della loro vita. Insofferenti nei confronti della propaganda socialista, entrambi anelano alla libertà e guardano con curiosità alla cultura occidentale. Entrambi sono affascinati dalla musica rock, proibita nel loro paese, e ascoltano di nascosto i Rolling Stones e i Led Zappelin, cercando di immaginare come sarebbe stato camminare per le strade di Londra, di Los Angeles o semplicemente di Berlino Ovest, di cui intravedono i colori e i rumori al di là del Muro. Ma la Stasi, insospettita dal loro “individualismo”, ha iniziato a tenerli d’occhio, e quando la pressione diventerà troppo pesante, mediteranno la fuga nella DDR, mettendo a repentaglio la propria vita.

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