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Antologia della Memoria, 2 marzo

9788834715628Diritto di memoria
Una memoria da Eros Miari

Diritto di memoria: se un titolo è qualcosa dentro cui raccogli il senso di quello che vuoi dire, questo titolo vuole dire che la Memoria ci spetta di diritto.

Ma anche che, come ogni diritto, tocca a noi conquistarlo e conservarlo. Per questo ne parlo, ne leggo e ne racconto: davanti a me – 27 gennaio 2012, venerdì, Giorno della Memoria – a tre per volta, nove classi terze della Scuola Media “Galileo Ferraris”, a Modena.

Il filo delle storie che ho preparato comincia dallo zucchero: lo zucchero di cui I Bambini nel bosco, di Beatrice Masini, non hanno memoria. Lo zucchero che non hanno mai conosciuto.
Nemmeno Gabi si ricorda dello zucchero: lì, nel campo di Bergen Belsen, dove è detenuta insieme alla sorella, Hannah Elizabeth Pick-Goslar, i bambini possono perderla per davvero la memoria dello zucchero e di ogni cosa dolce della vita, di ogni gioia. La storia di Hannah e Gabi è raccontata in Mi ricordo Anna Frank, e ci conduce da Anne. Hannah e Anne Frank, amiche d’infanzia, si incontrano per l’ultima volta a Bergen Belsen, poco prima della morte di Anne. Già da tempo Anne ha smesso di scrivere il suo Diario: da quando qualcuno ha tradito lei e gli altri abitanti dell’alloggio segreto.

Così, dopo lo zucchero, il filo che lega queste storie diventa quello dell’albero.

C’è un albero – un’ippocastano – davanti all’alloggio segreto di Anne: lei ne scrive nelle sue pagine. E lui – L’albero di Anne – ci racconta di lei e ci conduce dritti verso un altro albero, quello che Hana Brady ha disegnato nel campo di Theresienstadt, prima di essere portata ad Auschwitz, dove morirà una notte di ottobre del 1944. È grazie a Fumiko Ishioka, giovane direttrice del Museo dell’Olocausto di Tokio, che conosciamo la storia di Hana e de La valigia di Hana.

Persone come Fumiko ridanno vita alla memoria, e ci permettono di passare da un albero all’altro, da una memoria all’altra, saltando nel tempo e nello spazio: fino alla Sicilia di oggi, a Palermo e all’albero di Falcone. L’albero sorge davanti alla casa in cui ha vissuto Giovanni Falcone, magistrato, ucciso dalla mafia a Capaci, il 23 maggio del 1992. Al suo tronco, da allora, cittadini di tante parti d’Italia e del mondo appendono memorie e messaggi in memoria di Giovanni e contro ogni mafia.
Davanti a quest’albero capiamo che la memoria guarda anche al presente e ci ricorda che dobbiamo sempre decidere da che parte stare. Deve deciderlo il papà di Giovanni, dieci anni, protagonista di Per questo mi chiamo Giovanni, di Luigi Garlando. Deve deciderlo Santino, sei anni appena, a cui la mafia ha ucciso il padre e il nonno tra le pagine di Io dentro gli spari, di Silvana Gandolfi.

Il Diritto di Memoria, allora, ha altre memorie da conservare, altri fili da intrecciare, altro orrore da raccontare. Tra questi il filo della guerra e della paura che ne segue. Jeremy ha paura: è stato mandato laggiù. Laggiù è forse l’Afghanistan raccontato in Be Safe, ma potrebbe anche essere nel nord della Francia, tra le trincee piene di fango e sangue e i reticolati di filo spinato stesi nella terra di nessuno, al tempo della Prima Guerra Mondiale.
Anche le nostre strade possono diventare laggiù: e se non saranno cavallerie o fanterie ad affrontarsi, anche l’autobus della linea 19 può diventare trincea, e anche una striscia di terra sulla riva del mare può diventare terra di nessuno: una terra in cui la parola che governa le vite è “vietato”. Proprio come nelle pagine del Diario di Anne Frank, è tutto vietato nella striscia di Gaza: a raccontarlo è Naim, la cui voce si intreccia a quella di Tal in Una bottiglia nel mare di Gaza. Israeliana lei, palestinese lui, e un bisogno disperato di fare quello che i grandi non riescono a fare: incontrarsi, parlare, provare a capirsi.

Continuano a intrecciarsi i fili di memoria: dopo lo zucchero e l’albero e la paura, adesso è la volta del coraggio. Ne hanno bisogno il papà di Giovanni e Santino, Jeremy e Tal e Naim. Ne hanno bisogno e lo trovano Peter e Anna: la loro storia, Ausländer, ci riporta a Berlino e al 1943, nel cuore della Seconda Guerra Mondiale. Ed è qui, nel cuore del male, che Peter e Anna devono trovare il coraggio di stare dalla parte giusta.
Altro coraggio: quello di scrivere. Ne deve avere avuto tanto di coraggio Ana Novac per scrivere la propria storia da dentro il campo di concentramento. In I giorni della mia giovinezza Ana raccoglie i suoi diari, scritti di nascosto ad Auschwitz, su brandelli di carta, sfidando ogni proibizione e mostrando come la fame di scrivere possa essere più forte di ogni altra fame.
E dopo Ana, Anna: anche lei ha fame di scrittura. Il suo mondo è il nostro futuro, il 2140. La scienza ha sconfitto la morte, ma la libertà è ancora un privilegio riservato a quelli che firmano La dichiarazione. Gli altri sono eccedenze o risorse utilizzabili: servi. È un piccolo quaderno, trasformato in diario e naturalmente proibito a far iniziare il cammino di Anna verso la libertà.

Dopo lo zucchero, l’albero, la guerra, la paura e il coraggio, il nostro cammino attraverso i libri e il Diritto alla Memoria è approdato alla scrittura. Perché scrivere e leggere e raccontare sono gli strumenti della Memoria. La nostra arma per conservare le storie.
Dev’essere per questo che si bruciavano (e si bruciano) i libri. Per questo che Anna non può scrivere a Grange Hall e ad Ana era proibito scrivere ad Auschwitz.
È per questo, certamente, che John della notte non deve insegnare a scrivere a Sarny. Perché si comincia dalla a e si finisce per scrivere libertà. O per non morire mai, come Anne.

Nove classi, 200 e più tra ragazze e ragazzi. A parlare e a fare memoria. Mi piacerebbe se qualcuno di loro si ricordasse di leggere. E magari anche di scrivere qui.

Leggi l'antologia dei 90 giorni di Memoria Fuorilegge e aggiungi le tue memorie di lettura.

 

 

 

 
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