Il ragazzo che sognava di arrivare fino ai confini del mondo
È ancora un bambino Joel quando lo incontriamo la prima volta ne Il cane che inseguiva le stelle. Nell’ultimo volume del “quartetto” di Henning Mankell, Il ragazzo che sognava di arrivare ai confini del mondo, Joel è cresciuto, ha quindici anni e ha finito la scuola dell’obbligo.
Ora è finalmente arrivato il momento di dire basta: non vuole più saperne di studiare, vuole lasciare per sempre quel paese circondato da foreste, dove il freddo dura tutto l’anno, dove nevica anche a giugno, le estati si fanno attendere e il buio sembra non finire mai. Vuole andare per mare con Samuel, suo padre, che un tempo era marinaio e ora fa il taglialegna. Vuole viaggiare davvero, arrivare fino ai confini del mondo e non solo sognare le rotte di paesi lontani sulle carte nautiche che la sera aprono sul tavolo della cucina. Loro due, soli, perché mamma Jenny se ne è andata tanti anni prima, col suo cappotto verde e neanche una parola.
Una nuova vita! Joel è stanco di essere madre a se stesso, e anche a Samuel quando beve troppo, è stanco di cuocere patate e povere cene, è stanco di quella domanda che lo assilla la notte, quando steso sul letto sente schioccare la parete vicino alla testa.
Era il gelo che faceva cantare i tronchi sotto la tappezzeria.
Perché mamma Jenny se ne era andata così?
Erano tante le cose incomprensibili che neanche valeva la pena di provare a capirle.
Poi una sera torna a casa e trova suo padre in cucina seduto al tavolo.
Non era normale che rientrasse tanto presto. (…) Ma questa volta non aveva l’aria di essere brillo. Non aveva gli occhi arrossati e non era spettinato. Non sembrava neppure che stesse male. (…)
“Che cosa c’è?” chiese Joel. “Perché sei già a casa?”
Samuel indicò una lettera appoggiata sulla cerata.
Una lettera che porta notizie di mamma Jenny, dice che vive a Stoccolma e si è risposata.
Poi fu come se ci fosse stato un terremoto. Si sentì scuotere tutto, quasi che la terra e la casa stessero per sprofondare.
La valigia marrone con la maniglia riparata con lo spago, uno zaino, due biglietti per Stoccolma per incontrare dopo tanti anni una moglie, una madre. Non solo. A Stoccolma c’è il mare, il porto e grandi navi. Sarà quella l’occasione giusta per convincere suo padre a lasciarsi alle spalle la neve e il gelo. Un viaggio lungo un giorno e mezzo a guardare dal finestrino infiniti alberi e laghi e, dentro quelle ore, pensieri che rodono e anche qualche sogno, perché senza sogni non si può diventare grandi.
In seguito, Joel l’avrebbe ricordata come la notte in cui era diventato adulto sul serio. Quando aveva socchiuso piano piano la porta della stanza d’albergo, era stato come aprire la porta sul suo futuro.
Nel corridoio lasciò la sia infanzia.
Non l’avrebbe dimenticato. Mai.
Perché le cose non sempre vanno come le avevi immaginate.
Il ragazzo che voleva arrivare ai confini del mondo, di Henning Mankell, Rizzoli, 2009, p.251
Da 13 anni