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Antologia della Memoria, 23 febbraio: Può una strega salvare un bambino?
Antologia della Memoria, 22 febbraio: Una volta ero steso su un campo
Antologia della Memoria, 21 febbraio: Vincere l'indifferenza
Antologia della Memoria, 20 febbraio: Le lettere del sabato
Antologia della Memoria, 19 febbraio: La disumanizzazione
Antologia della Memoria, 18 febbraio: Il mondo quell'estate
Antologia della Memoria, 17 febbraio: Viaggio verso il sereno
Antologia della Memoria, 16 febbraio: Con gli occhi di una bambina
Antologia della memoria, 15 febbraio: Un attaccabrighe sentimentale
Antologia della Memoria, 14 febbraio: Viaggio in Polonia
Antologia della Memoria, 13 febbraio: Soldatini di piombo
Antologia della Memoria, 12 febbraio: La Stanza segreta
Antologia della Memoria, 11 febbraio: la gioventù resisteva
Antologia della Memoria, 10 febbraio: per me la scuola era finita...
Antologia della Memoria, 9 febbraio: Misha corre
Antologia della Memoria, 8 febbraio: fare ciò che è giusto...
Antologia della Memoria, 7 febbraio: Stella di cannella
Antologia della Memoria, 6 febbraio: Una macchina da guerra
Antologia della Memoria, 5 febbraio: Passo dopo passo
Antologia della Memoria, 4 febbraio: Mi lanciò fuori dal treno
Antologia della Memoria, 3 febbraio: Angeli della morte
Antologia della Memoria, 2 febbraio: Scegliere da che parte stare. Nonantola e i ragazzi di Villa Emma
Antologia della Memoria, 1 febbraio: I ragazzi di Villa Emma
Antologia della Memoria, 31 gennaio: parole come pietre...
Antologia della Memoria, 30 gennaio: L'albero di Anne
Antologia della Memoria, 29 gennaio: Anne Frank una ragazzina come noi
Antologia della Memoria, 28 gennaio: le pietre d'inciampo
Antologia della Memoria, 27 gennaio: eppure, quando guardo il cielo...
Antologia della Memoria, 23 febbraio: Può una strega salvare un bambino?
Una memoria da Cristina Busani
“Zitto, zitto!” sentì sussurrare.
Ma questa era la voce della mamma…
“Sono venuti i tedeschi per portarci via insieme ad altri ebrei...
Apollonia è riuscita ad avvertirmi e mi ha nascosto qui.
Mi ha promesso che ti avrebbe aspettato lei al portone
E ti avrebbe portato da me”
Apollonia?!
“Si, Apollonia. Io mi sono fidata. Sapevo che l’avrebbe fatto”
Sua mamma lo abbracciava piangendo solo un po’.
“Apollonia” provò a dire dentro di sé Daniel “la strega Apollonia”
Ma allora le fiabe non raccontano sempre la verità.
Forse anche una strega certe volte può salvare un bambino.
Lia Levi, La portinaia Apollonia, ill. Emanuela Orciari, Orecchio acerbo
Antologia della Memoria, 22 febbraio: Una volta ero steso su un campo
Una memoria da Caterina Ramonda
Una volta ero steso su un campo, in un punto imprecisato della Polonia, e non capivo se ero vivo o morto.
Avete presente quando saltate da un treno in cors e i nazisti vi sparano con le mitragliatrici e vedete pezzi di tronchi appuntiti volare verso di voi e poi cadete a terra e picchiate la testa così forte che vi sembra di esservela spaccata a metà e avete il torace crivellato di colpi e non riuscite a salvarvi neanche pregando Dio, Gesù, Maria, il Papa e Richmal Crompton?
Storia di Felix, bambino ebreo nascosto in un orfanotrofio da cui decide di scappare per avvertire i suoi genitori librai del fatto che i nazisti bruciano i libri. Così corre sul filo del pericolo, tra la guerra e le persecuzioni, tra il ghetto e nuovi amici. Attraverso i suoi occhiali vede il mondo in un modo un po’ magico, come se la fantasia gli permettesse di sopravvivere a un orrore a cui non si può credere. Un libro per fare memoria in modo lieve, sul filo del sorriso, ma mai banale. Per lettori dai 10 anni.
Morris Gleitzman , Una volta… La storia di Felix, Mondadori, p. 196
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Antologia della Memoria, 21 febbraio: Vincere l’indifferenza
Una memoria da Alice e Annalisa, Avamposto Osvaldo
VINCERE L'INDIFFERENZA
Sono molte le atrocità nel mondo
e moltissimi i pericoli.
Ma di una sono certo:
il male peggiore è l’indifferenza.
Il contrario dell'amore non è l’odio,
ma l’indifferenza;
il contrario dell’intelligenza non è la stupidità,
ma l’indifferenza.
È contro di essa che bisogna combattere
con tutte le proprie forze.
E per farlo un’arma esiste: l'educazione.
Bisogna praticarla, diffonderla
condividerla, esercitarla sempre
dovunque.
Non arrendersi mai.
ELIE WIESEL
Il testo ci è sembrato significativo per ricordare il giorno della memoria ogni momento della nostra giornata.
L’indifferenza ci fa pensare all’ingiustizia. C’è bisogno di un TU per pronunciare IO. Anche oggi purtroppo l’uomo è vittima dell’indifferenza e, a volte, mette a rischio la propria vita e non solo quella degli altri.
Le armi per vincere l'indifferenza?
Secondo noi sono:
Per saperne di più su Elie Wiesel, premio Nobel per la pace 1986
Qui il discorso di Elie Wiesel alla Camera dei Deputati il 27 gennaio 2010
Antologia della Memoria, 20 febbraio: Le lettere del sabato
Una memoria da Emanuele, Avamposto Le vedette, Piacenza
- Papà, io l’ho mai visto un ebreo? – domandò Peter scivolando nella stanza. Pensava di no. Spesso se n’era dispiaciuto.
A scuola i bambini si divertivano a prendere in giro gli ebrei. Una volta la maestra li aveva disegnati sulla lavagna; avevano la testa tonda e il naso che sembrava un cavatappi. Aveva insegnato alla classe una poesiola sul mai fidarsi di un ebreo. A Peter sarebbe piaciuto molto vedere uno di quegli ometti grassi e col naso strano che cercavano di impadronirsi del mondo intero, gli avrebbe mostrato volentieri la lingua.
Le lettere del sabato, di Irene Dische, Feltrinelli Kids, pp. 45-46, p. 91
Laszlo è il padre di Peter, un bambino ebreo che, a causa delle leggi razziali, deve lasciare Berlino, dove viveva felice, per trasferirsi in Ungheria nella casa del nonno.
Ogni sabato arrivano delle lettere scritte dal padre che fanno sognare Peter.
Un giorno però Peter scopre una terribile verità: suo padre è morto, ucciso dai soldati tedeschi… Da chi arrivano allora le lettere che riceve ogni settimana?
Spesso mi chiedo: quanti danni ha procurato la II Guerra Mondiale? Quanti morti hanno causato le idee di Hitler? Tantissime persone sono state strappate alle proprie famiglie e rinchiuse in campi di concentramento dove hanno perso tutto: la propria dignità e la vita stessa.
Un libro da leggere, pagine su cui riflettere.
Antologia della Memoria, 19 febbraio: La disumanizzazione
Una memoria da Gabriela Zucchini
Mi porto la mano alla testa, e all’improvviso tutto mi diventa chiaro. Mi sento trafiggere da un dolore così lacerante che anche l’ex bella bionda se ne accorge.
Lei, spogliata di una magnifica capigliatura, tenta di consolare me che ho perduto solo due povere trecce senza niente di speciale. (…) Mi sembra che tutti i tormenti, tutte le perdite, siano nulle in confronto a questa.
Apparteniamo senza dubbio a una nuova specie che la storia non ha ancora registrato, una scoperta tipicamente tedesca: l’uomo-cosa. O meglio, una cosa sofferente, perché degli attributi umani resta solo la capacità di soffrire.
Ana Novac, I giorni della mia giovinezza, Mondadori, 1994, p. 25.
Attraverso le pagine del suo diario, una delle pochissime testimonianze scritte uscite da un campo di sterminio, la quattordicenne Ana, di origini ungheresi, ci descrive giorno per giorno la vita ad Auschwitz e negli altri sette campi di concentramento in cui è passata, gli sforzi sovrumani per la sopravvivenza, la difesa della propria dignità in un mondo sovrumano, la volontà di resistere non rinunciando al sarcasmo e all’ironia. La giovane autrice, che diventerà una famosa scrittrice, deve la sua sopravvivenza proprio al suo diario, perché, come lei stessa testimonia, la sua “fame di scrivere era più forte di ogni altra fame, di ogni altra paura, più forte dei pidocchi, della diarrea. Più forte del Terzo Reich”.
Abbiamo dedicato al diario di Ana anche un altro articolo. Puoi leggerlo qui.
Antologia della Memoria, 18 febbraio: Il mondo quell'estate
Una memoria dalla III D, Scuola Secondaria di Budrio (BO)
- Sono decisi a prenderci tutto – disse Rosa. – Tutto. Un pezzetto per volta. Tra non molto ci faranno indossare la stella gialla e ci sputeranno addosso quando cammineremo per strada.
Se tu avessi conosciuto questo mondo quando era giovane tua madre, Hannes mio… Sono così stanca di aspettare… aspettare che le cose vadano sempre peggio…
Sospirò di nuovo.
- C’è una sola cosa di cui m’importa: voglio vivere abbastanza a lungo da vedere che ne sarà di te.
- Me la caverò – la rassicurò lui. – Non mi fanno paura. Sono capace di gridare più forte di tutti loro.
Anno 1936. Hannes Hacker apparentemente è un giovane nazista modello. Vive ad Amburgo dove frequenta una prestigiosa scuola e nel tempo libero marcia nello Jungvolk (un movimento giovanile nazista). Hannes però deve nascondere un segreto enorme: è per metà ebreo e ha una nonna, Rosa, pure lei ebrea. Così Hannes è costretto a condurre due vite parallele, da ebreo con la nonna e da nazista con gli amici. Intanto la situazione diventa sempre più grave e la guerra sembra imminente. Gli amici di Hannes cominciano a insospettirsi di tutti i suoi segreti e iniziano ad allontanarsi da lui, così il ragazzo è costretto a prendere una decisione difficile anche se necessaria.
Il mondo quell'estate mi è piaciuto perché in fondo Hannes è un ragazzo come noi che cerca di essere accettato dal gruppo diventando uguale agli altri. È un romanzo davvero emozionante che tiene con il fiato sospeso fino alla fine.
Il mondo quell’estate, di Robert Muller, Mondadori, p. 46.
Antologia della Memoria, 17 febbraio: Viaggio verso il sereno
Una memoria da Sara, III A, Scuola Secondaria di Budrio (BO)
Intrecciarono solennemente le mani.
- Ripetete con me, - disse Josef, cercando di ricordare qualche formula letta nei libri. – Oggi, 17 maggio 1940, fondiamo la società segreta dei Pentchini e promettiamo di essere uniti per la vita e per la morte.
Viaggio verso il sereno è un libro sulla persecuzione degli ebrei, ma in questo caso gli ebrei non sono prigionieri in campi di concentramento, cercano di scappare dall’esercito italiano sperando di arrivare in Palestina sani e salvi, su un battello chiamato Pentcho.
La storia racconta della vita di queste persone su questa barca, un viaggio lungo il Danubio durato diversi mesi. I protagonisti sono praticamente tutti i passeggeri, in particolare 8 bambini molto amici che essendo sul Pentcho formano insieme il club dei "pentchini". La vita sul battello non è per niente facile, le persone sono costrette a vivere in strette stanze, una per gli uomini e una per le donne. Sono in tanti e durante le tappe del viaggio arrivano altri passeggeri, il poco spazio lentamente non basta più, e tutti si ritrovano a sopravvivere ammassati.
Di solito non leggo tanti libri, ma questo mi è piaciuto.
Viaggio verso il sereno, di Vanna Cercenà, Einaudi Ragazzi, p. 28.
Antologia della Memoria, 16 febbraio: Con gli occhi di una bambina
Una memoria da Chiara e Giada, II A, Avamposto Le vedette, Piacenza
La voce della guerra era scomparsa, si udivano soltanto canzoni, risate, battute allegre, in un’altra lingua che scivolava morbida, senza le durezze del tedesco… la voce del Nuovo Mondo.
Io e Sara, Roma 1944, di Teresa Buongiorno, Piemme Junior, p. 212
Questo è un libro ricco di buoni sentimenti, ma anche di paure. La vicenda è ambientata durante la seconda guerra mondiale, anni sconvolgenti per il mondo e anche per l’Italia che vi prese parte. La protagonista è Isabella, una ragazzina che affronta questa esperienza con molto coraggio pur vivendo momenti di paura e di preoccupazione. Abita a Roma e frequenta un collegio di suore. Anche la sua migliore amica Sara frequenta lo stesso collegio, ma è ebrea e per lei la guerra è ancora più drammatica.
Questo libro mi è piaciuto perché mi ha fatto conoscere gli avvenimenti del passato e mi ha fatto capire che non si può scegliere dove, quando e da chi nascere. In ogni caso abbiamo il dovere di fare del nostro meglio rispettando gli altri e noi stessi.
Chiara, II A, Avamposto Le vedette
Stare in collegio non doveva essere male. Vivere insieme a tante bambine, mangiare e dormire insieme, giocare insieme. Avere tantissime amiche. Tutte per una, una per tutte.
Io e Sara, Roma 1944, di Teresa Buongiorno, Piemme Junior , p.33
Isabella è una bambina che vive a Roma in una villa con un grande giardino. Un giorno conosce Sara: finalmente un’amica con cui giocare e condividere felicità e tristezze! Sara però è ebrea ed è in corso la seconda guerra mondiale! Le due ragazze tuttavia continueranno a portare avanti la loro amicizia.
Questa lettura mi ha fatto capire che siamo tutti uguali, tutti proviamo sentimenti, viviamo paure, abbiamo desideri e, nelle situazioni difficili, abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti come un amico.
Consiglio questo libro perché fa capire che non siamo mai veramente soli e che è possibile aiutarsi al di là delle diversità vere o inventate.
Giada, II A, Avamposto Le vedette
Antologia della Memoria, 15 febbraio: Un attaccabrighe sentimentale
Una memoria da Luca, Senigallia
Il ristorante l’Anatra era un self service dove si pagava alla cassa con dei tagliandi acquistati in precedenza. Un giorno accadde che Annie non riuscì a trovare i suoi tagliandi. Appoggiò il vassoio e frugò nella borsetta, la svuotò completamente, ma i tagliandi non volevano saltar fuori. Li aveva persi? O forse qualcuno glieli aveva rubati?
Dietro di lei la fila si allungava sempre di più e Annie non sapeva cosa fare. (…) Se ne stava lì in piedi, senza sapere che pesci pigliare, quando il portiere del locale le si avvicinò e l’apostrofò. “Spostati, lurida ebrea!” gridò. “Stai bloccando tutta la fila!”
Non avrebbe dovuto dirlo, perché non aveva ancora finito la frase che un uomo, mai visto prima, si avventò su di lui e gli sferrò un pugno di una violenza tale da mandarlo a finire tra i cappotti appesi nel guardaroba.
“E se ne vuoi degli altri non fare complimenti” gli promise lo sconosciuto, “ma non adesso: tornerò più tardi”.
Poi si rivolse ad Annie.
“Vieni” le disse. “Conosco un posto molto più accogliente”.
Quell’uomo era Orge.
La ragazza che non voleva baciare, di Rose Lagercrantz, Salani, p. 8
È la storia vera di Orge, il padre di Rose Lagercrantz, nata nel 1947 a Stoccoloma. Questo libro è stato pubblicato nel 1998 e ha ottenuto il riconoscimento August Prize dell’associazione degli editori svedesi.
La ragazza che non voleva baciare narra di un giovane uomo apparentemente scapestrato, sempre pronto a fare a pugni - non a caso frequentava una scuola di boxe - in realtà non poteva sopportare le ingiustizie e i soprusi. Per il suo spirito ribelle e poi in quanto ebreo, dovette fuggire dalla Germania nazista e rifugiarsi in Cecoslovacchia. Dai locali di Praga ai campi di concentramento, sempre pronto ad aiutare i deboli ed infine in fuga verso la libertà.
Antologia della Memoria, 14 febbraio: Viaggio in Polonia
Una memoria di Ambra, avamposto Osvaldo
Durante l'estate passata ho fatto un lungo viaggio, ma la parte più importante e a cui tenevo di più, è iniziata la notte dell’11 agosto 2010.
Qualche giorno prima, i miei genitori mi comunicarono che avevano prenotato l'albergo a Cracovia (Polonia) e che, finalmente, dopo tanto tempo, sarei riuscita a visitare Auschwitz e Birkenau.
Cracovia_ Abbiamo dedicato una parte della giornata alla visita del quartiere Ebraico. Visita il sito
Attraversandolo con un’auto elettrica abbiamo visto il muro del Pianto al di là del quale c’era la famosa piazza dove è stato girato il film Schindler’s List il cui autore, Spielberg, volle rappresentare quello che realmente successe nella seconda guerra mondiale.
Nel ghetto inv
ece, abbiamo visto la piazza dove i nazisti fucilavano gli ebrei e dove adesso ci sono delle s edie giganti in onore di tutte quelle persone trucidate, la fabbrica che accolse i 1200 ebrei che Oskar Schindler salvò dalla deportazione.
Auschwitz_Arrivò poi il giorno fatidico.
Partimmo v erso le 11,00-11,30. Davanti al nostro albergo ci venne a prendere un mini bus che ospitava persone di diverse nazionalità e che, dopo circa un’ora di viaggio, ci fece giungere a destinazione, nella cittadina polacca di Oswiecim.
Dopo aver letto libri e visto documentari, finalmente potevo vedere con i miei occhi.
Ad attenderci c’erano diverse guide, la nostra era una signora veramente fantastica, parlava perfettamente l’italiano e ci ha raccontato la storia dei campi di concentramento. Cose che sui nostri libri non ci sono.
All’entrata vi era il cancello con scritto “arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi. La guida ci spiegò che quel cancello conduceva alla prima, più antica parte del campo, detto campo madre (Stammlager), poi denominato Auschwitz I.
Fu creato nel 1940 su una caserma polacca che le SS adattarono al campo di concentramento recintandolo con filo ad alta tensione.
Inizialmente c’erano venti edifici, in seguito vennero costruiti altri blocchi. Tutti erano numerati.
La prigione principale si trovava al blocco 11, e nelle sue cantine venivano inflitte diverse pene. Qui venne anche effettuato il primo tentativo di assassinio in massa con l’impiego dello Zyklon B.
In altri blocchi, che ora hanno adibito a museo, abbiamo visto quello che venne trovato dopo la liberazione nei Lager e nella zona circostante: oggetti appartenuti ai condannati a morte, valigie con i nomi e gli indirizzi dei proprietari, vesti liturgiche, protesi, occhiali, scarpe e persino capelli umani. Quando ho visto questi ultimi e l’utilizzo che ne facevano (tessuti) mi è venuto il magone.
Vi era il muro della morte, dove venivano eseguite fucilazioni.
Sono entrata in quella che una volta era la camera della morte, cioè la prima camera a gas nell’obitorio del crematorio n.1. Erano visibili i fori da cui scendeva il gas letale.
Sono stata anche all’interno del crematorio. Lì vengono proprio i brividi.
Dalla guida abbiamo sentito cose raccapriccianti di esperimenti sulle donne in gravidanza, sui bambini soprattutto gemelli, dei trapianti di organi per i quali usavano come cavia uomini, donne e bambini.
Terminato il giro ad Auschwitz I, ci recammo nella seconda parte del Lager e cioè Birkenau (Auschwitz II), a circa 3 chilometri.
Questo campo di concentramento fu costruito nell’ottobre del 1941 nel villaggio di Brzezinka.
Dopo aver fatto evacuare la popolazione polacca e demolito le fattorie, i nazisti costruirono la maggior parte degli impianti per lo sterminio di massa degli Ebrei: quattro costruzioni dotate di camere a gas e forni per la cremazione dei cadaveri (chiamati Crematorio II,III,IV,V), di cui adesso sono rimaste solo macerie in quanto i tedeschi all’arrivo dei russi, per nascondere le prove di quel che succedeva, le distrussero.
Rimane soltanto una camera a gas e un crematorio ad Auschwitz I, più piccoli, perché vi si erano nascosti i tedeschi.
All’entrata di Birkanau c’è la torretta principale di sorveglianza con un raccordo ferroviario che entra e termina tra le camera a gas e i crematori.
Mentre camminavo fiancheggiando il binario, pensavo a tutte le persone che tanti anni prima, con la speranza di andare in un luogo nuovo, senza saperlo andavano a morire.
Dove termina il binario, ho visto dove venivano smistati i prigionieri; qui il medico, solo guardando i deportati, li mandava a sinistra (a lavorare) o a destra (a morire).
Questo campo, è veramente enorme. Era suddiviso in varie parti: per uomini, per donne, per gli zingari, ecc.
C’era anche un settore dove avveniva la raccolta e lo smistamento dei beni degli Ebrei.
Ho guardato con disgusto in una baracca di legno, le latrine.
Ho ascoltato con attenzione quel che diceva la guida. I prigionieri avevano pochissimo tempo per i loro bisogni, una volta alla mattina e una alla sera al ritorno dal lavoro.
I dormitori non erano sufficienti, in un giaciglio potevano dormire tre-quattro o più persone. C’erano aperture da tutte le parti, e quando pioveva o nevicava, oltre al freddo, si bagnavano e di conseguenza si ammalavano.
Insomma, i prigionieri, se non morivano nelle camere a gas, per fucilazione o altre pene inflitte, morivano di fame, malattie e di fatica.
Infine, dove termina il raccordo ferroviario, al di là dello spiazzo, è stato costruito un Monumento Internazionale, inaugurato nel 1967 in onore di tutte le persone morte.
Di cose da dire ce ne sarebbero veramente tante, posso solo aggiungere che per me, questo viaggio, ha significato veramente tanto, e sono molto felice che i miei genitori mi abbiano dato l’opportunità di farlo. È un luogo che tutti, prima o poi, dovrebbero vedere per capire che cosa è stato l’Olocausto.
di Ambra_avamposto Osvaldo
Antologia della Memoria, 13 febbraio: Soldatini di piombo
Una memoria da Emma, dalla Scuola Secondaria di Albinea (RE):
Le truppe erano schierate sul pavimento, una di fronte all’altra, dietro un riparo di edifici colorati fatti di tessere del domino e dadi. Yurek e Kazik erano distesi accanto ai loro soldati.
Yurek prese una moneta e la tirò come una biglia sui soldati del fratello. La moneta cadde fra i ranghi, mietendo vittime a destra e a sinistra.
«Ho ucciso Robin Hood!» esclamò entusiasta, saltando in piedi.
«Non era lui.»
«Bugiardo bastardo, hai detto che quello senza baionetta era Robin Hood.»
«Non è vero, non l’ho detto» negò il piccolo.
Yurek gettò il soldato che aveva in mano. «Non gioco più con te» disse saltando su di nuovo, «gli cambi i nomi perché restino vivi. È vietato.»
«Non giocare, allora. Comunque non è vero» disse Kazik.
«Bene, ricordati.» Yurek tornò a giocare. «Adesso tocca a me. Guarda. Io sparo sulla tua capitale.» Si fermò e si alzò sui gomiti per ascoltare i passi per le scale. «Chi è?»
Soldatini di piombo, di Uri Orlev, Fabbri, pp. 209_2010
Yurek e Kazik sono due ragazzini ebrei, che non sanno di esserlo, quando lo scoprono sono in mezzo alla guerra e l’unica cosa che rimane loro è il gioco. I due ragazzini si salvano vivendo tantissime avventure, e continuando a giocare con i loro soldatini di piombo riescono a vivere una vita felice.
Secondo me questo libro spiega come l’infanzia di due ragazzini possa salvare da una situazione pericolosa come quella della guerra.
Antologia della Memoria, 12 febbraio: La stanza segreta
Una memoria da Jessica, II B, Scuola Jacopo Zannoni, Montecchio Emilia
Eccoli! – esclamò Dientje trafelata. Poi si precipitò verso l'armadio. – Ragazze sono arrivati!
Richiuse l’apertura del nascondiglio con l'asse, rimise a posto lo scaffale e chiuse l'anta dell'armadio. Udimmo il rumore dei suoi passi mentre correva giù per le scale.
Poi più nulla.
Dov’erano? Perché ci mettevano tanto? Saremmo morte soffocate lì dentro se qualcuno non veniva ad aprirci.
Mi strinsi a Sini.
All’improvviso sentimmo un rumore di passi. Passi pesanti. Stivali che salivano le scale. E zoccoli di legno che seguivano.
Sini, protettiva, mi passò un braccio attorno alle spalle.
Voci concitate. Voci che facevano paura. Mobili spostati. Opoe che protestava.
L'anta del nostro armadio venne spalancata di colpo e delle mani si misero a frugare fra gli scaffali. Sini tremava come una foglia. Io smisi di respirare con il naso… respirare solo con la bocca faceva meno rumore.
Sentii un uomo che parlava in tedesco e subito dopo un un altro che traduceva: – Da dove arrivano tutti questi pezzi di stoffa?
– Che cosa sta facendo? Non può prenderseli, sono miei! – gridò Opoe. – Glielo dica!
Udii il rumore di un bastone che batteva sul pavimento una volta e un'altra ancora.
L’anta dell’armadio si richiuse con violenza.
Il cuore mi batteva all’'impazzata.
La stanza segreta, di Johanna Reiss, Piemme Junior, pp. 176_177
Antologia della Memoria, 11 febbraio: la gioventù resistevaA Buchenwald poteva sopravvivere un sentimento generoso come l’amicizia? Allora era vero. Si poteva annientare lo spirito degli adulti, ma la gioventù resisteva. Era straordinario. Nei ragazzi sopravviveva la necessità di stare insieme, di essere solidali, complici. E quel ragazzetto magro e timido era lì a dimostrarlo, con le parole e con quella strampalata idea di dividere il cibo con i suoi compagni.
L’albero di Goethe, di Helga Schneider, Salani, p. 120.
Letto da Rachele, scuola secondaria di primo grado di Gavardo (Brescia)
L’amicizia: uno spiraglio di luce in un luogo di tenebre, come il campo di concentramento di Buchenwald, in cui si subiscono tanti soprusi, violenze, minacce e ricatti. Dove la morte, la malattia e l’ingiustizia sono all’ordine del giorno. Dove comandano le SS, “uomini” che provano piacere nel seminare violenza e terrore, nello sterminare migliaia di persone per un solo, unico ideale, il Nazismo, con una smania di potere terribile.
Nella vita l’amicizia è il faro che ti indica la strada giusta, che ti aiuta a superare le difficoltà. E insieme ai suoi amici del campo, Willy affronta i problemi causati da quegli uomini prepotenti che seminano terrore. Un ragazzo del suo gruppo, Bubi, per esempio, pur di difendere il resto del gruppo, si fa ricattare da una SS; pur di fare guarire i suoi compagni da una febbre improvvisa, pur di tirarli su di morale, si procura del buon vino o delle sigarette; pur di aiutarli è disposto a tutto.
È l’amicizia che consente a questi ragazzi, rinchiusi a Buchenwald, di rialzarsi, aiutarsi, fidarsi, persino sacrificarsi per risollevare un amico caduto. E anche Willy cercherà di difendere i compagni nel momento più brutto della loro vita, mentre vorrebbero fuggire, in preda alla paura di morire.
Antologia della Memoria, 10 febbraio: per me la scuola era finita…
La prima ora c’era geografia. Era molto che non mi interrogava più e avevo un po’ di fifa, ero sicuro che mi sarebbe toccata. Ha passato il suo sguardo su di noi come ogni mattina ma non si è fermato su di me, i suoi occhi sono scivolati avanti ed è stato Raffard che, alla fine, è andato alla lavagna a cavarsi dai guai. La cosa mi ha fatto una cattiva impressione: forse non contavo già più, forse adesso non ero più uno scolaro come tutti gli altri. Solo qualche ora fa ne sarei stato felice ma adesso la cosa mi seccava, perché ce l’avevano tutti con me? O cercavano di rompermi la faccia o mi trascuravano.
“Prendete i vostri quaderni. La data in margine. Come titolo: la Valle del Rodano.” Come gli altri ho obbedito ma mi scocciava che non mi avesse interrogato. Bisognava che mi togliessi quel peso dal cuore, che sapessi se esistevo ancora oppure se non contavo più niente.
Il vecchio Boulier aveva una mania: il silenzio.
Voleva sentir volare le mosche, quando sentiva un mormorio, una penna che cadeva o qualunque altra cosa, non perdeva tempo, il suo indice si puntava sul colpevole e la sentenza calava secca: “Durante la ricreazione, trenta righe per castigo: coniugare il verbo ‘in avvenire fare meno rumore’ al passato prossimo, piuccheperfetto e futuro anteriore.”
Ho posato la mia lavagna sull’angolo del banco. Con la punta del dito, l’ho spinta. Ha oscillato per un attimo e poi è caduta.
Patapum.
Stava scrivendo alla lavagna e si è voltato. Ha guardato la lavagnetta per terra e poi me. Tutti gli altri ci fissavano.
È raro che uno scolaro cerchi di essere punito. Forse non è mai successo e, invece, io, quella mattina, avrei dato non so cosa perché il maestro mi puntasse l’indice addosso e mi dicesse: “Ti fermerai, dopo le quattro e mezza.” Sarebbe stata la prova che niente era cambiato, che ero sempre lo stesso, uno scolaro come gli altri che si può complimentare, punire, interrogare.
Il signor Boulier mi ha guardato e poi il suo sguardo si è fatto vuoto, completamente vuoto come se tutti i pensieri se ne fossero improvvisamente andati. Lentamente ha preso dalla cattedra la lunga riga e ne ha puntato l’estremità sulla carta della Francia appesa al muro. Ha mostrato una linea che scendeva da Lione fino a Avignone e ha detto: “La valle del Rodano separa gli antichi massicci del Massiccio Centrale dalle montagne più giovani...”
La lezione era incominciata e ho capito che, per me, la scuola era finita.
Ho scritto il riassunto, meccanicamente, e poi ho sentito il campanello della ricreazione.
Zérati mi ha dato una gomitata. “Vieni, sbrigati.”
Sono uscito e mi sono trovato in cortile e, improvvisamente, è stato un turbine.
“Giudeo! Giudeo! Giudeo!”
Mi ballavano attorno, in girotondo. Uno mi ha spinto sulla schiena e sono rimbalzato su un petto, c'è stato un nuovo colpo e sono ripartito all’indietro, sono riuscito a non cadere e mi sono lanciatoMi ballavano attorno, in girotondo. Uno mi ha spinto sulla schiena e sono rimbalzato su un petto, per rompere la catena. Ci sono riuscito e ho visto Maurice a venti metri di lì e altri ragazzi che si picchiavano. Ci sono state delle grida e ho colto a caso: “Giudeo! Giudeo! Giudeo!”
Un sacchetto di biglie, di Joseph Joffo, BUR, pp. 50_52
Letto da Sara, scuola secondaria di primo grado di Vinci (Firenze).
Francia 1941. Tutto cambia una mattina a scuola, quando Joseph si accorge di essere diventato invisibile allo sguardo del suo insegnante. Tutto cambia quando in cortile i compagni gli gridano “Giudeo!”. Anche rimpiangere l’interrogazione di geografia, prima tanto temuta, può segnare l’inizio di un incubo, quello della persecuzione degli ebrei francesi.
Antologia della Memoria, 9 febbraio: Misha corre
La storia narra le vicende di un orfano ebreo.
Questi non sa il proprio nome, né quanti anni ha, non si ricorda nulla di sé, vive nelle strade di Varsavia, rubando il cibo e dormendo all’aperto.
Tutti lo chiamano “ladro”e per lui è quello il suo vero nome, fino a quando non incontrerà Uri, anche lui orfano di padre e di madre.
Uri darà un nome a Ladro, chiamandolo Misha; per strada incontreranno una bambina di nome Janina, che si legherà molto a Misha. Varsavia imperversa la seconda guerra mondiale e gli Ebrei vengono rinchiusi nei ghetti dai soldati, “gli stivaloni”, come li chiamavano Misha.
Nel ghetto Misha e Janina, patiranno la fame e il freddo.
Molte persone moriranno di stenti e i due ragazzi stremati, decideranno di scappare via.
La storia è molto triste, gli Ebrei venivano considerati come animali, i soldati erano talmente crudeli con le persone, specialmente con i bambini che spesso li uccidevano, fucilandoli.
Di questa storia vorrei cambiarne il finale, perché vorrei, che al protagonista, venissero risparmiate tutte le sofferenze patite a Varsavia.
Io giudico questo libro veramente coinvolgente, perché fa capire al lettore, che la guerra è crudele, stupida e disumana, perché gli uomini non hanno il senso della ragione.
C’è una pagina di questo racconto, che mi ha particolarmente turbato, ed è quella in cui i soldati nazisti umiliano gli uomini, le donne e i bambini, gettando loro addosso il cibo, come si fa con gli animali.
I soldati guardavano questi poveracci disgustati, mentre i bambini scheletrici divoravano tutto ciò che veniva buttato nel ghetto, dal pane avariato alle patate in decomposizione.
I nazisti ridevano divertiti, come si fa quando si ascolta una barzelletta.
Misha corre di Jerry Spinelli, letto dall'avamposto Bipedi Selvaggi, Carpi (Mo)
Antologia della Memoria, 8 febbraio: fare ciò che è giusto...
«Molto bene!» disse Bouli. «La gente di Moissac, mantenendo il segreto, non dicendo a nessuno che siamo ebrei, ci protegge. Anche se è pericoloso. Anche se, per salvarci, rischiano la vita. Sono l’esempio perfetto di cos’è l’altruismo, di cosa vuol dire avere il coraggio di fare ciò che è giusto, anche davanti al pericolo».
Fare ciò che è giusto. Edith rifletté su questo messaggio. Ecco perché gli abitanti di Moissac aiutavano i bambini. Non perché venivano pagati, come il contadino che aveva preso la collana di perle di Mutti o come i poliziotti belgi che Mutti aveva corrotto perché rilasciassero Papa; solo e semplicemente perché era giusto.
Un posto sicuro, di Kathy Kacer, Giunti (Gru), 2008, p. 73.
Una storia vera, che ricostruisce un tassello importante della storia della deportazione.
Una storia che mostra che abbiamo sempre una possibilità di scelta, anche nella realtà più tragica.
Una storia per riflettere sul coraggio di chi non rinunciò alla propria coscienza di fronte alla paura e alla violenza.
Antologia della Memoria, 7 febbraio: Stelle di cannella
A casa aveva sentito accennare qualcosa da Jakob, ma non ci aveva creduto. E invece era vero: era la ‘Giornata di propaganda antiebraica’.
Un groviglio di pedoni era fermo davanti a un grande negozio ebraico dalle vetrine frantumate. Sei uomini tra SA, SS e polizia ausiliaria presidiavano il posto, uno stava dipingendo su un frammento di cristallo la stella di David, altri due reggevano cartelli che intimavano alla popolazione di non servirsi dei negozi giudei perché ‘l’ebreo è la rovina del commercio tedesco’. (p. 14)
È Stelle di cannella, di Helga Schneider, Salani, letto da Martina, II A, Avamposto Le vedette, Piacenza
Siamo in Germania nel 1933 e due ragazzi della stessa età, David Korsakov e Fritz Rauch, sono grandi amici, perfino i loro gatti lo sono!
Ma l’arrivo del nazismo sconvolgerà la vita di David e della sua famiglia, perché ebrea. È una storia che ci fa capire veramente e a fondo quello che accadde con l’avvento del nazismo.
Consiglio questo libro perché ci permette di calarci nei panni degli ebrei e di inorridire per i maltrattamenti che hanno subito.
Antologia della Memoria, 6 febbraio: Una macchina da guerra
Si precipitò nella radura. Era la coda di un aeroplano: il bombardiere tedesco che si era schiantato sulla lavanderia. La coda, staccatasi in volo, era mulinata verso terra come un seme di acero. Read More L’aveva letto nei libri, che succedeva così, e sempre grazie ai libri poteva anche dire che si trattava di un Heinkel He 111. (…) Chas deglutì. La mitragliatrice era ancora là: pendeva dalla torretta, lucente e nera. (pp. 14_15)
Il libro parla di un ragazzo, Chas, che raccoglie residui bellici. La storia è ambientata in Gran Bretagna, durante la seconda guerra mondiale, quando le notti sono insonni a causa dei continui bombardamenti e le vite tristi. Una sera cade un aereo tedesco, e la mattina dopo Chas trova, in una radura del bosco, la coda dell’aereo con una mitragliatrice ancora intatta. Con l’aiuto di alcuni amici la preleva e la porta nel loro rifugio, la fortezza Caporetto, e da quel momento i suoi nemici non saranno più solo i tedeschi, ma tutti gli adulti.
Westall sa creare perfettamente l’ambientazione, e sembra che il lettore sia immerso nella storia, come il protagonista di un film.
Può essere un libro interessante per chi ama e odia la guerra, per chi cerca un personaggio tenace e per chi è pronto all’impossibile.
Se dovessi dare un voto a questo libro, darei 10 perché è un vero capolavoro letterario, il primo vero classico per ragazzi che io abbia mai letto, e faccio tutti i miei complimenti a Westall.
È Una macchina da guerra, di Robert Westall, Salani, letto da Federico, II A, Avamposto Book alla 19a, Alseno (Piacenza)
Antologia della Memoria, 5 febbraio: Passo dopo passo
Gimmi Basilotta racconta, con parole, musiche, luci.
Lo scorso anno ha fatto un viaggio di 1913 chilometri a piedi attraverso Italia, Austria, Repubblica Ceca e Polonia, che, dal 15 febbraio al 1°maggio, lo ha portato a incontrare persone e luoghi, sulle strade che percorsero i 26 ebrei deportati da Borgo San Dalmazzo (Cn) a Auschwitz.
Un viaggio di passi, di occhi, di memoria. Ma anche di parole: le 76 parole che Gimmi ha scelto – una per giorno – per viaggiare in compagnia, per portare in cammino con lui tante persone e tanti pensieri. Le parole dei libri che ha scambiato lungo il percorso. E poi un albero: quello che ha viaggiato con lui per essere piantato all’arrivo.
Il resoconto del viaggio, che a breve diverrà un video, lo trovate qui: http://www.viaggioadauschwitz.eu/
Antologia della Memoria, 4 febbraio: Mi lanciò fuori dal treno
Il treno r
allentò, prima di entrare in una stazione di periferia.
Mia madre, allora, deve essersi affacciata alla finestra in alto,
una specie di fessura da cui passava l’unico spiraglio d’aria.
Insieme a mio padre allargò le fitte maglie di filo spinato.
Forse qualcuno li aiutò. Poi mi sollevò sopra la sua testa,
nella grigia luce del giorno.
Ciò che accadde dopo, è la sola cosa di cui sono certa.
Mi lanciò fuori dal treno.
Mi lanciò in un piccolo tappeto d’erba, vicino ad un passaggio a livello.
C’era della gente, ferma davanti ai binari. Aspettavano di poter passare e videro me volar fuori dal vagone. Nel suo viaggio verso la morte, mia madre mi scaraventò dentro la vita.
La Storia di Erika, di Ruth Vander Zee, ill. Roberto Innocenti, La Margherita, 2003
Antologia della Memoria, 3 febbraio: Angeli della morte
A dispetto della mole il caporale camminava svelto, in su e in giù, con passo preciso, sicuro, come quello di un automa: - Questi vostri amici hanno cercato di fuggire ieri sera (…). Questi pidocchi ora pagheranno per il loro gesto idiota huuu ma non saranno i soli a pagare.
Verranno impiccati non sette ma quattordici di voi schiavi huuu e saranno questi sette “eroi” a scegliere i loro compagni di morte, saranno sette angeli della morte huuu per altrettanti di voi. – Il fischio dell’asma si mescolò a una tintinnante e prolungata risata. (…)
I sette scheletrici “pidocchi”, a un cenno dello scudiscio del grassone, si mossero verso la folla che sostava sull’attenti (…).
Uno dopo l’altro, con una lentezza commovente, i sette angeli della morte – come li aveva chiamati il caporale – avevano scelto i compagni da portare sul patibolo. Merlino non mosse un muscolo e non tradì un’emozione; aveva imparato che la cosa più importante era non farsi notare, né dalle SS, né dai compagni. Quando uno dei sette si fermò davanti a lui, Merlino non fece niente, non mosse gli occhi, non accennò a un sorriso, e l’angelo pallido, scavato dalla fame, si spostò alla sua sinistra e mise una mano sulla spalla del prigioniero 193.314. A Merlino non sfuggì nemmeno un sospiro di sollievo.
Andrea Molesini, All’ombra del lungo camino, Mondadori, pp. 9-11
letto da Gabriele, Scuola Secondaria "G.Bertolotti" di Gavardo (Brescia)
Merlino è uno zingaro deportato in uno dei campi-satelliti di Auschwitz. È costretto a lavorare al gelo, a stare immobile con gli altri prigionieri durante gli appelli, a subire atroci violenze. Però Merlino non si dà per vinto, e continua a pensare: pensa che a ferire di più i deportati, ebrei e zingari, sia la continua umiliazione che sono costretti a subire, chiusi come animali in un recinto; pensa che essere trattati come animali alla lunga rende animali. Persino il numero che sostituisce il nome è come il marchio per le bestie. Ma Merlino resiste alla disumanizzazione, non rinuncia alla sua umanità, mettendo i suoi carcerieri di fronte alle loro responsabilità: “così, fino alla fine dei tempi, gli assassini verranno chiamati assassini”. (p. 13)
Scegliere da che parte stare.
Nonantola e i ragazzi di Villa Emma
I due soldati motociclisti spuntarono improvvisamente dallo stradone per Redù e puntarono decisi verso Lola, come se stessero cercando proprio lei.
La raggiunsero in un baleno, uno a destra e uno a sinistra. Non poteva tentare di scappare attraverso i campi o di raggiungere la casa di Carlo. Terrorizzata, la ragazza rimase ferma, tra i due soldati tedeschi, come una lepre tra i denti di una tagliola.
«Tu che conosci un poco d’italiano, chiedile la strada per Bologna» disse uno dei militari all’altro, parlando nella loro lingua.
Rinfrancata dalla scoperta che cercavano soltanto un’informazione, Lola stava per rispondere che la strada provinciale era in fondo a Via dei Borghi, cioè poco lontano. Si fermò appena in tempo, con già la prima parola a fior di labbra. Come avrebbe potuto spiegare che capiva e parlava il tedesco perfettamente? Aspettò che l’altro soldato faticosamente le domandasse:
«Sighnorina, quale strada condurre Bologna?».
«Di là, sempre diritto» rispose Lola, gesticolando come facevano sempre gli amici italiani, anche quando non indicavano strade.
«Danke vielmals!»
Invece di andarsene rimasero ad osservarla. (…) Il cuore ricominciò a battere forte nel petto.
«Come ti chiami?» chiese uno.
«Come ti chiami?» tradusse l’altro.
«Luisa» rispose Lola.
«Ciao Luisa.»
Partirono col motore che ruggiva, tra polvere e fumo puzzolente, ma a Lola parvero la musica e il profumo più gradevoli del mondo.
da I ragazzi di Villa Emma, di Giuseppe Pederiali, Bruno Mondadori, p. 106
letto da Marcello_ avamposto Le Vedette_Piacenza
Quest’anno, in occasione della GIORNATA DELLA MEMORIA, abbiamo vissuto un’esperienza significativa che ci ha portato a riflettere non solo sul passato, ma anche sul presente e ci ha fatto capire l’importanza del passato per il presente.
Hitler, con le sue leggi razziali, è riuscito a rovinare l’Europa e ancora oggi qualcuno continua a pensarla come lui. È per questo che, grazie ai documenti moderni come i filmati e le fotografie e alle testimonianze dei sopravissuti, dobbiamo conoscere e far conoscere ciò che è accaduto per far cambiare idea a chi coglie nell’altro solo le differenze o lo percepisce come una minaccia perché viene da un altro paese. La GIORNATA DELLA MEMORIA, secondo noi, serve proprio a questo: a far cambiare idea alle persone che disprezzano chi è diverso o meno fortunato, a coloro che sono intolleranti e pieni di pregiudizi, che non capiscono che con la violenza non si risolve nulla.
Il film-documentario “I ragazzi di Villa Emma” è ambientato durante la seconda guerra mondiale e racconta le peripezie di un gruppo di ragazzi ebrei tra i sei e i sedici anni che cercano salvezza dai campi di concentramento disseminati nell’Europa nazista. Grazie all’interessamento di alcune persone di buona volontà (e di buoni sentimenti), trovano rifugio a Villa Emma, a Nonantola. Sono i bambini di Villa Emma di allora che ci hanno raccontato le loro storie.
La scelta del regista, Aldo Zuccalà, è stata efficace: coloro che parlano sono anziani, ma in secondo piano, dietro di loro, scorrono le foto di quando erano giovani. Prima delle leggi razziali essi conducevano una vita normale, poi, essendo di razza semita, non potevano più andare a scuola né giocare con gli altri bambini. Quando si parla di OLOCAUSTO si sottolinea sempre che è morta tantissima gente, si parla di numeri; il filmato invece ci ha narrato le storie di singole persone, di bambini e ragazzi come noi, e questo è stato più coinvolgente perché ci ha colpito.
I ragazzi giunti a Villa Emma sono stati accolti e protetti dalla popolazione di Nonantola. I nonantolesi non hanno pensato troppo: si sono sacrificati, hanno mentito e hanno rischiato la vita per questi ragazzi. Questo stupisce se si pensa al periodo storico e al tipo di educazione impartita in quegli anni dal regime fascista che seguiva l’ideologia razzista di Hitler.
Questo ci porta a chiederci cosa avremmo fatto noi in quella situazione, quale comportamento avremmo tenuto, quali scelte avremmo compiuto.
Forse si tratta delle stesse scelte che siamo chiamati a compiere oggi davanti a tanti episodi di intolleranza, razzismo, discriminazione, sfruttamento…
Allarga il cuore pensare che anche allora, durante la guerra, ci siano state persone buone, che hanno ragionato con la propria testa, che non hanno accettato la teoria della superiorità di una razza sulle altre, e sicuramente grazie a questo “docufilm” abbiamo capito che dobbiamo cercare la pace e non la guerra, il bene e non il male.
I ragazzi della I e II A
della Scuola Secondaria di primo grado “Italo Calvino”, sede di via Stradella, Piacenza
Antologia della Memoria, 1 febbraio: I ragazzi di Villa Emma
Quando un intero paese diventa un posto sicuro.
È il luglio del 1942 quando a Nonantola, un piccolo paese in provincia di Modena, arriva alla stazione ferroviaria un gruppo di 73 ragazzi ebrei in fuga dalla Germania nazista, dall’Austria e dalla Jugoslavia.
Hanno attraversato mezza Europa, perso i genitori nei campi di concentramento, hanno sofferto la fame e conosciuto la paura. A Villa Emma prima, e tra le case degli abitanti del paese poi, troveranno aiuto, protezione e conforto. E riusciranno con una fuga fortunosa a raggiungere prima la Svizzera e poi la Palestina nel 1945.
Questa storia è uno straordinario esempio di solidarietà, è la storia di un paese che di fronte al male ha saputo dire di no.
Qui trovate l’intera vicenda de I ragazzi di Villa Emma. Giovani ebrei in fuga, narrata direttamente dai protagonisti, attraverso la straordinaria ricostruzione di Aldo Zappalà in un film documentario uscito in Italia nel 2008.
Qui trovate invece tutte le notizie e le attività svolte dalla Fondazione Villa Emma di Nonantola
Giuseppe Pederiali ha raccontato in forma romanzata la storia dei ragazzi di Villa Emma in un libro edito da Bruno Mondadori.
Antologia della Memoria, 31 gennaio: parole come pietre...
29 giugno 1942
Le ultime notizie dicono che tutti gli ebrei saranno deportati dall’Olanda in Polonia, passando per il Drenthe. 
E secondo la radio inglese, dall’aprile scorso sono morti 700.000 ebrei, in Germania e nei territori occupati. Se rimarremo vivi, queste saranno altrettante ferite che dovremo portarci dentro per sempre. Eppure non riesco a trovare assurda la vita. E Dio non è nemmeno responsabile verso di noi per le assurdità che noi stessi commettiamo: i responsabili siamo noi! Sono già morta mille volte in mille campi di concentramento. So tutto quanto e non mi preoccupo più per le notizie future: in un modo o nell’altro, so già tutto. Eppure trovo questa vita bella e ricca di significato. Ogni minuto. (p. 134)
10 luglio 1942
Dovrei impugnare questa sottile penna stilografica come se fosse un martello e le mie parole dovrebbero essere come tante martellate, per raccontare il nostro destino e un pezzo di storia com’è ora e non è mai stata in passato – non in questa forma totalitaria, organizzata per grandi masse, estesa all’Europa intera. Dovrà pur sopravvivere qualcuno che lo possa fare. (pp. 162-163)
Diario 1941-1943, di Etty Hillesum, Adelphi, 2000
La volontà di registrare quello che sta succedendo agli ebrei di tutta Europa anima le intense pagine del diario di Etty Hillesum, che accetta di condividere la tragicità del destino del suo popolo, nella consapevolezza che la storia tutto può travolgere, ma nulla può fare per scalfire la nostra libertà interiore, la nostra spiritualità.
per conoscere Etty Hillesum: http://www.railibro.rai.it/recensioni.asp?id=363
Antologia della Memoria, 30 gennaio: L'albero di Anne
Io, l’ippocastano del giardino al numero 263 di Prisengracht,
ho regalato a una ragazza di tredici anni,
prigioniera come un uccello in gabbia,
un po’ di speranza e di bellezza.
A lei, che nel suo nascondiglio sognava di sentire sul viso l’aria gelata,
il calore del sole e il morso del vento,
con le mie metamorfosi ho regalato lo spettacolo delle stagioni.
Accadeva più di sessant’anni fa, e un male terribile invadeva il mondo.
Tutto era diventato vietato per quelli che, come lei, erano ebrei.
A partire dal 1940 era vietato:
AVERE UNA BICICLETTA
PRENDERE L’AUTOBUS E IL TRAM
CORRERE PRIMA DELLE 3 E DOPO LE 5
ANDARE IN PISCINA
GIOCARE A TENNIS O A HOCKEY
FARE CANOTTAGGIO
ANDARE AL CINEMA O A TEATRO
RIPOSARSI NEL PROPRIO GIARDINO DOPO LE 8 DI SERA
FREQUENTARE SCUOLE CHE NON FOSSERO EBREE
ANDARE DA PARRUCCHIERI CHE NON FOSSERO EBREI
USCIRE SENZA STELLA GIALLA CUCITA SUL VESTITO
Vietato… Vietato… Vietato…
E poi un giorno: VIETATO ESISTERE
Fu allora che lei e alcuni amici della sua famiglia
Entrarono in clandestinità, nascondendosi nella soffitta
Della casa al numero 263 di Prisengracht.
L’albero di Anne, di Irène Cohen-Janca, illustrazioni di Maurizio Quarello, Orecchio Acerbo, 2010
Questo è il link al sito ufficiale di Anne Frank con le notizie sull’albero che Anne vedeva dalla finestra della soffitta
http://www.annefrank.org/it/ispirazione/lalbero-di-anne-frank/
e qui potete lasciare un messaggio su una delle foglie dell’albero di Anne:
http://www.annefrank.org/it/Subsites/Lalber-di-Anna-Frank/
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Antologia della memoria, 29 gennaio: Anne Frank una ragazzina come noi
Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, si ricorda la liberazione dei prigionieri dai campi di concentramento.
Parlando di questo, ci viene in mente il Diario di Anne Frank, una ragazzina ebrea costretta a nascondersi durante la persecuzione nazista.
Durante gli anni della clandestinità, per combattere la solitudine, visto che per il suo tredicesimo compleanno aveva ricevuto in regalo un diario, ha scritto le sue giornate, i suoi pensieri e le sue emozioni. E' quindi il diario di una ragazzina come noi che, secondo i Tedeschi, era inferiore perché era ebrea.
Vi consigliamo di leggere questo libro per capire cosa hanno passato gli Ebrei durante la seconda guerra mondiale, per fare in modo che non accada più e per sapere quanto è brutto il razzismo. Questo diario è interessante ed emozionante.
Avamposto La meraviglia della lettura
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Antologia della Memoria, 28 gennaio: Le pietre d'inciampo
Le pietre d’in
ciampo le incontri per strada, la strada che fai tutti giorni per andare a scuola, per andare a comprare il giornale, per muoverti in città.
Stanno sulla tua strada e ti ricordano che quella strada era la stessa che quotidianamente percorreva qualcuno che non è mai più tornato dal campo di concentramento. Sono nate dall’idea di un artista tedesco, Gunter Demnig, per ricordare i cittadini deportati nei campi di sterminio nazista. Sono posizionate davanti alle case in cui abitavano, piccole targhette che riportano nome della persona deportata, l'anno di nascita, la data e il luogo di deportazione e la data di morte, se conosciuta. Dal 1995 ne sono state disseminate più di 20 mila in tutta Europa. Ne trovi anche in Italia.
Per saperne di più sulle pietre d’inciampo a Roma puoi leggere qui.
Questo invece è il sito dell’iniziativa, con tutti i riferimenti “d’inciampo” in Europa: http://www.stolpersteine.com
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Antologia della Memoria, 27 gennaio: eppure, quando guardo il cielo...
Mi è proprio impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria e della confusione. Vedo che il mondo lentamente si trasforma in un deserto, sento sempre più forte il rombo che si avvicina, che ucciderà anche noi, sono partecipe del dolore di milioni di persone, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto tornerà a volgersi al bene, che anche questa durezza spietata finirà, e che nel mondo torneranno tranquillità e pace. Nel frattempo devo considerare alti i miei ideali, che forse nei tempi a venire si potranno ancora realizzare.
Diario, di Anne Frank, Einaudi, p. 307
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