HO CONOSCIUTO LO SCRITTORE MANDORLA: DAVID ALMOND
Maggio 2004, Carpi, 150 fuorilegge assediano lo scrittore inglese.
Due ore di domande. E che domande!
Mattino. Davide Mandorla arriva in auto da Bologna, dove ha soggiornato. È arrivato in Italia da alcuni giorni, insieme a moglie e figlia di 6 anni. Firenze, Bologna, andrà a Roma, ma oggi è qui da noi. Lo chiamiamo Mandorla da quando per gioco abbiamo usato il traduttore automatico del computer per un articolo trovato su internet. Il risultato era esilarante: «Lo scrittore Mandorla ha fatto leggere i capretti…». Mandorla era lui: David Almond, scrittore.
I capretti siete voi, ragazzi: kids. Raccontiamo la cosa a David che si diverte come e più di noi. Ecco, è pronto. È pronta anche Giuditta, che tradurrà come se fosse lei a raccontare. E sono pronti i 150 o quasi ragazzi e ragazze delle scuole medie portati qui dalle biblioteche comunali di Carpi, Campogalliano, Novi e Soliera, nel modenese. Ancora non lo sanno, ma per più di due ore saranno protagonisti di quella che Almond ha definito «una delle interviste più intense che mi siano mai state fatte». Sì, tutto pronto: David comincia a raccontare.
Vengo dall’Inghilterra. Da Newcastle. Non da Londra, come tutti pensano. Newcastle è il punto più a nord dell’Inghilterra, molto diverso dal sud, in particolare da Londra. Poco più in là del mio giardino, ci sono i resti di un muro romano: pochi sassi, che segnano il confine dell’antico impero. Ai tempi dei romani, quelli come me erano definiti barbari., cosa di cui vado abbastanza fiero.
Vengo da una famiglia molto estesa: molti fratelli, sorelle, zii. Si raccontavano molte storie, si cantavano canzoni, si giocava molto insieme. Probabilmente il mio amore per la scrittura viene proprio da lì e da tutte le storie che mi sono state raccontate.
Da bambino mi piaceva tantissimo giocare a calcio. Vicino al campo di calcio c’era una piccolissima biblioteca. Sul campo sognavo di diventare un grandissimo calciatore, ma quando entravo in biblioteca sognavo di diventare scrittore e di poter prendere un libro dallo scaffale e veder scritto sopra di David Almond. Un giorno sono tornato in quella piccola biblioteca. E quando ho allungato la mano verso lo scaffale, ero emozionatissimo. La mia mano di uomo tremava, ma dentro di me c’era un ragazzino di 12 anni che diceva «Sì! Sì! Ce l’ho fatta!». Ma c’è sempre anche un ragazzino dentro di me che aspetta di diventare un campione di calcio!
Perché scrivi per i ragazzi? Ho cominciato scrivendo per adulti. Quando ho finito di scrivere le storie di Contare le stelle – una serie di aneddoti della mia vita, del mio passato, pieni di persone vere e luoghi veri e altri immaginari – le ho messo in una busta, molto soddisfatto di me. Sono andato all’ufficio postale per mandarle a vari editori. Le ho imbucate, mi sono voltato per tornare a casa e in quel preciso momento ho sentito che nel retro della mia testa cominciavano ad arrivare delle voci e mi è venuta in mente una frase: lo trovai nel garage una domenica pomeriggio. E’ esattamente la frase di inizio di Skellig, il mio primo vero libro per ragazzi. L’ho scritto in circa 6 mesi, è stato pubblicato subito, ha vinto un sacco di premi ed è stato pubblicato in 27 lingue diverse. Invece per il mio primo romanzo per adulti ho impiegato 5 anni e nessun editore l’ha voluto pubblicare.
Ti senti limitato a scrivere per ragazzi? So che quando scrivo per ragazzi devo creare un meccanismo per cui le pagine girano da sole, tutto deve andare avanti in modo che la narrazione non si interrompa. Ma non sento restrizioni, bensì un grande senso di libertà: scrivendo per ragazzi, sento di avere davanti a me menti più flessibili di quelle degli adulti, e che accettano l’esistenza di misteri e di cose che non conoscono. Gli adulti sono più rigidi e non riconoscono più di non sapere tutto.
Ce n’è molto di mistero nei tuoi libri. Anche Skellig non chiarisce il suo mistero: perché? Perché anche io che ho scritto il libro, non conosco la risposta! Nella vita molte cose sono misteriose e non hanno soluzione. Probabilmente sono le più interessanti. Scrivere Skellig è stato strano, è stato come se il libro si fosse scritto da solo. C’era qualcosa che voleva essere raccontato e io l’ho raccontato. Era come se stessi scoprendo Skellig insieme a Michael: io e lui stavamo facendo lo stesso percorso, andando in una zona buia e tirando verso la luce questo mistero.
Come mai in molti dei tuoi libri si parla così tanto della morte? La presenza della morte enfatizza il miracolo della vita, il buio esiste perché esiste la luce. Fuori c’è il sole, noi siamo qui a chiacchierare, tutto questo è fantastico, è vita. Ma sappiamo che poco più in là ci può essere la morte. E’ il rapporto tra le due cose che dà loro un senso.
Perché ne Il grande gioco i ragazzi sentono sempre il bisogno di fare il gioco di morire per finta? Quando ero alla scuola media c’erano dei ragazzini che facevano davvero questo gioco. Era una cosa che mi terrorizzava, perché mi restava il dubbio: c’è davvero qualcuno che muore ogni tanto o è per finta? E’ questo mistero che attrae, anche nel libro.
Però nella realtà spesso le vicende finiscono male, mentre nella maggior parte dei libri tutto finisce bene. Perché gli scrittori non scrivono quello che rispecchia la realtà? Grazie della domanda! Spesso i miei libri sono criticati perché troppo bui, troppo scuri! Però il finale positivo riflette sicuramente il mio temperamento: sono ottimista e quindi credo che alla fine, nonostante tutto, la vita riesca a trionfare, la luce sul buio. Una delle cose belle della scrittura e della lettura è che sono atti di grande ottimismo e speranza, perché sono atti creativi Anche lo scrittore che si mette a scrivere il libro più triste e deprimente del mondo, sta facendo un atto creativo. Quindi lui che scrive e voi che leggete state compiendo atti positivi, di grande vitalità.
I protagonisti di Skellig e de Il Grande gioco hanno caratteristiche simili: l’hai fatto apposta? No, dipende dal fatto che non sei tu che scegli cosa narrare ma è quello che narri che sceglie te. Quando si racconta c’è un’emergenza che da dentro vuole uscire e farsi raccontare. Quello che parte da me è sempre qualcosa di me stesso, la spinta iniziale è la stessa. Forse per questo in entrambi i casi ci sono due personaggi, uno maschile e uno femminile, che formano una specie di protagonista principale.
Ti capita mai di rimanere senza idee? Solo quando sei morto non hai più idee. Però ci sono dei momenti in cui ti sembra di non averne più. In quei momenti lì io comincio a giocare: prendo il quaderno e comincio a scrivere, probabilmente scrivo immondizia. Però so che scrivendo cose di nessun conto che non mi serviranno, verranno anche fuori delle cose buone e questo mi da fiducia in me stesso.
Ma come si fa a riordinare tutte le idee che vengono in mente mentre scrivi in un ordine logico? Questo è il punto cruciale per ogni scrittore! I libri sono lineari, ma le nostre idee non lo sono. Quello che faccio io è buttare giù tutto sul foglio e poi trovare all’interno di questo magma delle frasi, dei paragrafi… aiutandomi con il computer faccio diventare tutto più lineare e pulito. Poi c’è un secondo passaggio: si comincia a riscrivere, scartare, ripulire, finché non si arriva all’oggetto libro, che è bellissimo, però non è lo specchio della mente che lo ha prodotto ma il risultato di un lavoro successivo di rifinitura e di pulizia.
Quando inizi a scrivere hai già il libro il libro in mente? È importante per me avere un titolo in mente, fin dall’inizio. E poi ho bisogno di un’idea, anche soltanto una piccola idea, un dettaglio, che sia capace di aggregare altre idee e comporre la storia. Mentre scrivo, però, non so dove sto andando, non ho mai la fine dei miei libri mentre li sto scrivendo. Il processo di scrittura è difficile ma anche molto divertente: è un po’ come giocare, con le parole, con le idee. E’ come tornare a essere bambini, quando si fanno un sacco di pasticci sul foglio con le matite colorate. La stessa cosa faccio io: mi metto lì, comincio a pasticciare finché non esce fuori qualcosa di buono.
Cosa si prova a dar vita a un personaggio? È una delle cose più emozionanti dello scrivere. C’è qualcuno che davvero comincia a vivere dentro la tua testa e nel momento in cui lo metti sulla carta inizia a fare delle cose quasi per conto proprio. Tu sei una specie di mezzo per farlo uscire, ma di fatto è un personaggio che già esiste e vive di vita propria. La creatività è esattamente questo: aggiungere più vita al mondo.
Quello che scrivi è una semplice storia o vuoi comunicare qualcosa di più? La cosa più importante è la storia. Poi dentro a questa storia ci metto quello che mi sta più a cuore, quindi di fatto si riempie di messaggio. Ma la partenza è raccontare la storia. Mi piace se mi dicono di avere imparato molto da una mia storia, ma la cosa che preferisco è sentir dire «ero talmente coinvolto che mi sembrava di esserci dentro !».
Tra i libri che hai scritto, ce n’è uno che preferisci? Contare le stelle è il libro che mi ha segnato di più. E’ stato scritto per la mia famiglia e in particolare per le mie sorelle, che amo moltissimo. Comunque secondo me è importante che uno scrittore trovi qualcosa di importante in ognuno dei libri che scrive.
In cosa si distingue un libro per ragazzi da uno per adulti? Non lo so! Credo che alcune tra le migliori storie al mondo sono quelle che leggi da bambino e poi rileggi con enorme piacere anche da adulto. Forse una differenza è che nei libri per ragazzi c’è meno cinismo, scetticismo, ironia. E poi c’è una presenza molto forte della speranza.
I libri di David Almond sono (erano
) pubblicati da Mondadori
Skellig, Mondadori, 2000 (Skellig, 1998)
Contare le stelle, Mondadori, 2002 (Counting Stars)
Il grande gioco, Mondadori, 2001 (Kit’s Wilderness, 1999)
Occhi di cielo, Mondadori, 2004 (Heaven Eyes, 2000)
L'uomo che mangiava il fuoco (The Fire Eaters 2006)
Skellig non oppose resistenza e lei gli sfilò la giacca. E così vedemmo quello che tutti e due avevamo sognato di trovare: due ali che uscivano fuori dalla camicia strappata. Una volta libere, le ali cominciarono a spiegarsi. è Skellig, p. 74
Dopo la morte di Barbara, mamma continuava ad accarezzarmi la schiena e, bacinadomi, faceva scorrere le dita sulle mie scapole.
— Anche tu — mi sussurrava. — Anche tu come Barbara. Ecco dove avevi le ali. Le hai perse quando sei arrivato qui. Ma se ti comporti bene un giorno potrai averle di nuovo.
è Contare le stelle, p. 154
Fissai il coltello, mentre Askew lo appoggiava delicatamente sul pezzo di vetro.
— A chi tocca morire oggi? — sussurrò lui.
— Morte — dicemmo noi in coro. — Morte morte morte morte… è Il grande gioco, p. 50
—Forza, forza. Anche tu. Tutti a bordo.
Fu quello il momento più spaventoso della mia vita? NO. Fu quando mamma chiuse gli occhi per l’ultima volta e mi lasciò da sola. Però mi girava la testa, mi batteva il cuore e mi tremavano le gambe. Mentre oltrepassavo il bordo e scendevo giù lungo il legname marcito della banchina, pensavo che stavo scivolando verso la morte. è Occhi di cielo, p. 44_45
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