È Il libro dei mille giorni. E, con un discreto ritardo, è il FLbro del mese di aprile. Ma con un discreto anticipo è anche il FLibro del mese di maggio. Così per un po’ di tempo non ci pensate più e ve lo gustate con calma, visto che è a questo che serve il FLibro del mese: a farvi leggere qualcosa che, forse, non avete letto.
È una fiaba, ma – come è dottamente scritto in quarta di copertina – Questa non è una fiaba come le altre. Il principe non è azzurro. La principessa non è incantevole. E il lieto fine non è quello che vi aspettate. Tutto vero. La fiaba è dei fratelli Grimm: Jungfrau Maleen, che in Italia, dove non è molto conosciuta, potremmo tradurre con La vergine Maleen. Ma dimenticate le fiabe della vostra infanzia, dimenticate i 20 minuti, mezz’ora, che servivano per assorbirla tutta, dimenticate il C’era una volta… e anche un po’ di bacchette magiche e di troppo facili (e banali) incantesimi. Shannon Hale la fiaba l’ha romanzata, e il risultato mi sembra potente e affascinante.
La storia_Saren, principessa del Giardino di Titor, è stata condannata dal padre, per non aver accettato il fidanzamento che lui le ha imposto con Kashar, signore dei Pensieri di Under. Sette anni prigioniera in una torre, senza via di fuga, in compagnia solamente di Dashti, la sua cameriera e dama di compagnia.
È qui, già dall’inizio, che Shannon Hale fa prendere alla storia la via che non t’aspetti, affidando a Dashti, l’ancella, il ruolo di protagonista oltre che di voce narrante.
Dashti nemmeno dovrebbe saper scrivere, è soltanto una nomade delle steppe, ma per sua e per nostra fortuna Saren, la sua signora, non sa leggere né scrivere. Così tocca a Dashti prendere la penna in mano e tenere il diario della prigionia. Tocca a lei divenire protagonista della storia, nonostante le sue origini, tutt'altro che regali: Lo so che i nomadi delle steppe sono i più modesti fra gli abitanti di questo mondo (p. 27). Non è nemmeno bella: «Non sei una gran bellezza, eh?» Mi parve una domanda inutile. Io per prima so di avere chiazze rosse in faccia e sulle braccia, per non parlare dei miei capelli scialbi e delle labbra che sono più sottili di una foglia. La mamma dice che la bellezza è una maledizione per una ragazza delle steppe (pp. 32_33).
Ma Dashti ha la forza che manca a Saren e così scrive e racconta: del feroce Kashar, che Saren non vuole sposare perché conosce qualcosa che nessun altro sa sulla sua natura malvagia; e di Kahn Tegus, a cui Saren si è promessa, condannandosi così alla prigionia nella torre.
E ha la forza, Dashti, anche di prendere per mano le loro vite e la loro storia, provvedendo a Saren, cantando per lei le canzoni curative dei nomadi delle steppe; difendendo il loro cibo dai ratti; sostituendosi a lei – non vista – quando prima Khan Tegus e poi Kashar arriveranno alla torre, per dirle l’uno il suo amore e l’altro il suo rabbioso disprezzo; e riuscendo infine a trovare una via di fuga quando Kashar, nell’inutile tentativo di entrare nella torre, ucciderà tutte le guardie, lasciando le due donne senza cibo, destinate a morire di fame e di sete.
La fuga porterà Dashti e Saren proprio a Canzone per Evela, il regno di Khan Tegus. Tutto attorno le armate di Kashar hanno seminato morte e distruzione e adesso si accingono ad assediare anche l’ultimo degli Otto Regni. Ed è qui che Dashti dovrà dare l’ultima prova di coraggio: fingersi Saren, la principessa, per consegnarsi a Kashar e salvare la città dalla distruzione. Ma Kashar manterrà la promessa? E cosa accadrà quando si accorgerà che lei non è Saren? E, se anche Dashti riuscisse a salvarsi da Kashar, come affronterebbe la legge degli Otto Regni, che condanna a morte chiunque osi proclamarsi nobile senza esserlo veramente?
Perché è il FLibro del mese di aprile e maggio_Perché Dashti è un personaggio che arriva dal mondo delle fiabe, ma sembra avere molto da dire e da spartire coi personaggi della vita vera, che siamo noi. Perché Dashti ribalta il suo ruolo, da predestinata a una sorte mediocre.
Da qualunque lato la si guardi, la sua sorte sembra segnata.
Certo, noi lettori navigati, sappiamo che le eroine hanno mille risorse, ma non sappiamo quali, e quelle di Dashti sono belle da scoprire un po’ alla volta: la sua umiltà, il coraggio, la capacità di affrontare le sfide, la devozione alla sua signora, l’impossibile amore per Tegus, la sua fede negli antenati e nel potere delle canzoni, il suo modo di andare incontro al destino, mai spavalda e mai a capo chino.
È il FLibro del mese per il suo incedere lento ma incalzante, quieto ma potente e perché sembra uscire non poco dagli schemi oggi dominanti di molta letteratura fantastica, tanto, troppo ripetitiva.
Dashti non diventerà un’eroina, resta per sempre una nomade delle steppe: questo non significa che il suo destino sia piccolo, non significa che non possa avere sogni e provare a realizzarli. Per questo può piacere ai giovani lettori: perché possono ritrovarsi in lei (ragazze e ragazzi) senza bisogno di sentirsi supereroi.
Il brano 2_Giorno 932
Qualche ora fa è accaduta una cosa incredibile.
Ero stesa sul mio materasso di paglia. Dormivo ma sentivo la mia signora russare. Perdonatemi, Antenati, ma è la verità: la mia signora russa come un montone con il raffreddore. […] Mi sono svegliata di soprassalto e mi sono tirata su a sedere.
«I ratti entrano nella torre» ho detto al buio intorno a me. «Questo vuol dire che possono uscire.»
Ho acceso una candela e sono scesa in cantina. Piccoli occhi mi fissavano dal buio. Un paio si sono allontanati in tutta fretta e io li ho seguiti. Sono scomparsi dietro le casse, ma ho sentito il rumore delle loro zampette mentre si arrampicavano. Sono salita su un barile vuoto e ho alzato la candela per illuminare il punto tra il muro e il soffitto. […]
Ho spinto forte in quel punto. Il muro si è lasciato sfuggire un gemito. Ho spinto di nuovo. […]
Non so per quanto tempo ho combattuto con i mattoni, ma avevo le mani piene di tagli e le spalle mi facevano un male terribile […]. E a un certo punto il buco è diventato abbastanza largo perché potesse passarci una ragazza. Perché potessi passarci io. L’aria della notte si è riversata nella cantina: sapeva di erba. Sono rimasta lì immobile a respirare. Devo ammettere che avevo un po’ di paura a uscire.
Ma poi ho infilato le mani nell’apertura e con le dita ho sentito della terra […] mi sono ritrovata sulla terra vera, mi sono alzata e ho guardato in su.
Ero all’aperto. Sopra di me c’erano le stelle._p. 131_132
Il brano 3_ Giorno 164
Batu ha chiuso gli occhi. Era stanco, me ne sono resa conto solo in quel momento. Lo eravamo tutti, immagino. Se non altro non aveva più intenzione di discutere.
Abbiamo stabilito di incontrarci appena fuori dalle cucine, all’alba. Mi accompagnerà alla porta est della città e dirà alle guardie di farmi passare. Da lì continuerò da sola. Arriverò al campo di Kashar da est, così avrò il sole alle spalle, e il volto in ombra. Avrò i capelli sciolti, così lui non mi potrà vedere abbastanza bene in faccia da scoprire l’inganno. A differenza di Tegus, Kasher conosce il viso di Saren. Andrò scalza, così lui vedrà le mie caviglie nude sotto il mantello e saprà che sono una ragazza e non un soldato, e quindi forse mi lascerà avvicinare abbastanza da poter cantare. Andrò sola.
Carthen, dea della forza, ho bisogno del tuo sorriso più di quanta ne abbia Kasher. Evela, dammi un sole luminoso e un’ombra scira, e una canzone potente. Under, ti chiedo l’onore di essere il pugnale della tua vendetta._p.285_286
Notizie, trame e curiosità su Shannon Hale (in inglese ovviamente) nel suo sito.
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