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FLibro del mese di ottobre

Il selvaggio
Il selvaggio
di David Almond, illustrato da David McKean, edizioni bd 2009, p. 79
Ho appena iniziato a leggere Il selvaggio.
E ho appena finito di leggere Il selvaggio.
E adesso un po' ho paura. Paura che il selvaggio esca dalle pagine del libro. O che escano Blue, o anche Hopper (e questo sarebbe veramente un problema) e venissero a saggiare quanto di duro e di molle c'è dentro di me.
Non ci credete, vero, che possa uscire? E allora non credete al potere delle storie? Peggio per voi. Ma potete ancora rimediare. Fate una cosa: prendetevi un'ora – non ne serve di più – e leggetevi e  guardatevi Il selvaggio, scritto da David Almond e illustrato da Dave McKean, o viceversa, tanto è grande in questo libro la forza delle immagini, grande almeno quanto quella delle parole.
Avevamo già letto, dalla penna di Almond, qualcosa di simile. Il libro era Il grande  gioco, l’anno il 2001, l’editore era Mondadori. Siete autorizzati a non averlo letto: il libro è da tempo e purtroppo fuori catalogo, ma cercatelo nelle biblioteche, vale la pena. Allora fu Kit ad incontrare i personaggi delle sue storie, nelle profondità di una miniera, dove riceve dalla madre di Lak un pugno di vere pietre colorate, come ringraziamento per avergli riportato quel figlio che fino a pochi istanti prima pareva vivere soltanto sulla carta. Pietre vere, da un personaggio uscito dalla sua fantasia.
È il potere delle storie, che lì prende vita e torna nuovamente a dare corpo a un personaggio letterario nelle pagine de Il selvaggio.
Basta un’ora, dicevamo, per leggere il racconto di Almond e McKean e confrontarsi con il potere delle storie:
Non crederete a quello che sto per raccontarvi. Una volta scrissi una storia che si intitolava Il selvaggio: parlava di un ragazzino che viveva tra le rovine della chiesetta del bosco di Burgess, poi il ragazzino è uscito dalla storia e ha preso vita, nel mondo vero.
(...)
Iniziai a scrivere la storia e non riuscii più a fermarmi, il che per me era strano. Non ero mai stato un tipo da storie. Non sopporto tutta quella roba su maghi e fatine e “c’era una volta” e “vissero per sempre feici e contenti”. Perché la vita non è così. Io volevo il sangue e gli sbudellamenti e l’avventura, così scrissi di quello.
(...) Non l’ho mai fatto leggere a nessuno. Era il mio tipo di storia, ed era tutta per me. (pp. 7_12)
Basta un’ora di questa storia semplice ma intensa e profonda, per fare i conti con Hopper (chi non ha mai incontrato un Hopper nella sua vita?), per fare i conti col duro e il molle che c’è dentro di noi:
Eravamo una tranquilla famiglia felice, senza problemi, quando tutto è cambiato all’improvviso. Un giorno Papà era con noi. Il giorno dopo il suo cuore si era fermato e lui non c’era più.
(...)
Fin dal primo momento provai a non piangere. Provai a mettere su una faccia da vero duro. Ma, per dirla tutta, non sono mai veramente entrato nel gruppo dei duri. So fare il grosso quando mi serve, come molti ragazzi fanno, ma, come la gran parte di noi, dentro sono molle da far schifo. Però in giro ci sono alcuni ragazzi duri per davvero, dentro e fuori, e sono quelli che è meglio evitare. Ragazzi tipo Hopper.
Hopper. Che posso dire di lui? Cosa c’è che non va in certi ragazzi? Perché rendono la vita così difficile agli altri? Come che sia, Hopper era uno di loro. (pp. 13_15)
Ma adesso Hopper ha finalmente incontrato qualcuno più duro di lui, dentro e fuori. Adesso Hopper ha incontrato il selvaggio. E non importa che lui sia solo un personaggio di carta: non dimenticatevi il potere delle storie.
Un’ora, davvero, non di più, per fare i conti con noi stessi, per capire dove va la nostra rabbia, per riflettere sul senso di giustizia e di ingiustizia, per capire la differenza tra l’odore di buono e quello di cattivo, per sentire come si possa cantare poesia anche se non si sa parlare:
Più indietro il selvaggio si fermò dove loro si erano fermati e si siedette dove loro si erano sieduti, e ispirò il loro odore,e  ballò come Jess aveva ballato, e osservò il cielo come se fosse un mistero e sgorgogliò un poco come se stesse dicendo delle poesie,e  si sentì strano e diverso a fare queste cose. Si sentiva ancora il selvaggio ma anche qualcosaltro. (p. 38)
E non badate agli errori: «So che l’ortografia non è granché, ma all’epoca ero piccolo.» (p. 7). Ha ragione Blue, non perdete tempo a correggere la sua ortografia, perché un’ora passa in fretta e state già per arrivare lì, a quando il selvaggio esce dalla storia. O a quando Blue ci entra. A quando si manifesta, onnipotente, il potere delle storie.
Alla fine, lo possiamo dire, giustizia è fatta e noi siamo lì, lettori e contenti, con un po’ di risposte e molte domande, generate da questo libro piccolo ma prezioso. E che ci riguarda, eccome se ci riguarda...
Se poi di David Almond volete saperne di più, potete cominciare leggendovi Skellig, che Salani ha recentemente ripubblicato (in biblioteca lo trovate anche nell’edizione Mondadori del 2000). Potete poi visitare il suo sito qui.
E soprattutto potete leggere quello che Fuorilegge ha scritto di lui, un bel po’ di tempo fa (era il n_1 della rivista di carta! ), quando ha avuto il piacere di incontrarlo. Era il 2004 e lo invitammo alla biblioteca Falco Magico ad incontrare i ragazzi delle scuole medie di Carpi. Fu un incontro davvero bello e potete leggere qui il resoconto.
Se Almond non vi basta e volete entrare nell’universo del coautore, David McKean, allora potete sbizzarrirvi qui, qui, e se vi piace l’ordine che manca negli altri siti, anche qui
Ma basta molto meno, ricordate, per leggere Il selvaggio.


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