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FLibro di gennaio

9788809062849
Un posto sicuro
, di Kathy Kacer, Giunti, Gru, pp. 189

Gennaio, è di turno la memoria.

In questa pratica, che molto si dovrebbe discutere, per cui gli eventi vivono solo nei parchi a tema a loro ufficialmente dedicati dal calendario, si possono fare solo due cose: o tirarsi fuori, mettendosi però – anche senza volere – dalla parte di chi la memoria vorrebbe cancellarla, o provare ad affrontare il tema in modo meno convenzionale.
Lo faremo nelle prossime settimane, su queste pagine. Lo facciamo ora, scegliendo di eleggere a FLibro di gennaio, in questo mese dedicato al ricordo della Shoah e della deportazione, un libro di quelli che non stanno sotto i riflettori, che non creano casi letterari, ma che è bene non dimenticare: una storia per ricordare e da ricordare, allora: Un posto sicuro, di Kathy Kacer.

Una storia vera, che ricostruisce un tassello importante della storia della deportazione.
Una storia che mostra che abbiamo sempre una possibilità di scelta, anche nella realtà più tragica.
Una storia per riflettere sul coraggio di chi non rinunciò alla propria coscienza di fronte alla paura e alla violenza.
Una storia per ricordarne tante altre. La storia di Edith Schwalb.

Vienna, maggio 1938.
La giornata era così bella e la città così piena di energia che Edith quasi si dimenticò di come, ogni giorno di più, la paura s’insinuava nella sua vita. Per quanto fosse giovane, vivendo a Vienna nel 1938 non poteva non accorgersi che l’Austria era diventata un luogo pericoloso
_p. 10.

Da quando sono arrivati i nazisti nel suo paese, nella sua città, la vita di Edith ha iniziato a cambiare radicalmente: Hitler è il capo della Germania nazista, e odia gli ebrei. Dice che sono sporchi, avidi e pericolosi. Dice che sono nemici della Germania e devono essere fermati. Dice che gli austriaci avrebbero vissuto meglio, una volta sbarazzatisi degli ebrei. E ha iniziato a impedir loro di fare le cose che facevano normalmente, come andare ai giardini o al parco giochi, entrare nei negozi o nelle biblioteche, continuare le loro attività. Da quando sono iniziati i problemi, il padre di Edith ha iniziato ad andarla a prendere tutti i giorni a scuola, perché teme per la sua incolumità. Edith è orgogliosa di questo, perché suo padre è un famoso calciatore, e tanti sono gli sconosciuti che lo fermano per strada anche solo per stringergli la mano.
Ma la situazione è ormai incontrollabile, ed essere ebreo significa non avere più certezze, essere in completa balìa della violenza e dell’arbitrio, anche quando si passeggia tranquillamente per strada.

«Gestapo! Documenti, per favore».
Un uomo alto e dall’aspetto sinistro si piazzò davanti a Edith e al padre, facendo segno con la mano di fermarsi.
Edith s’irrigidì. Sapeva cos’era la Gestapo. Era la polizia speciale agli ordini di Hitler, famosa per la sua crudeltà nei confronti degli ebrei. (…)
Edith pensò al padre di Marta, mentre Papa infilava la mano nella tasca della giacca e tirava fuori i documenti d’identificazione.
L’ufficiale li afferrò e vide la grande J stampata sulla prima pagina. Guardò appena Edith e suo padre. «Juden! Ebrei!» borbottò.
«C’è qualche problema, signore?». Chiese Papa rivolto all’ufficiale della Gestapo, togliendosi il cappello per educazione.
Per la prima volta, l’uomo alzò gli occhi. Sul suo volto era dipinta un’espressione di totale disprezzo!
_pp. 12_14.

Per evitare l’arresto, non c’è allora altra soluzione che la fuga, con pochi abiti e un po’ di cibo in valigia, pochi oggetti familiari tra le mani, nessuna certezza e tanta paura: prima in Belgio, poi nel sud della Francia, alla ricerca di un posto sicuro. Ma tutto il mondo sembra ormai una prigione per gli ebrei, e ben presto la famiglia di Edith – Papa, Mutti, la sorella maggiore Therese e il piccolo Gaston – si trova di nuovo braccata, di nuovo costretta alla fuga. Edith, con grande coraggio, continua però a coltivare la speranza, ad immaginare il suo futuro, a guardare oltre la guerra e le sue devastazioni, a pensare di riuscire prima o poi a ritrovare una vita normale.
Ma gli eventi si succedono impietosi, e di fronte alle numerose retate e arresti di ebrei, per proteggere i figli la madre decide di smembrare la famiglia, e di mandare Edith e Gaston a Moissac, una casa gestita dagli Scout Ebrei di Francia aperta a tanti bambini fuggiaschi ebrei di tutta Europa. L’intero paese di Moissac custodisce il loro segreto e li protegge, sindaco compreso, a rischio della propria vita. Tanta solidarietà, in un mare di disperazione! E le prime amicizie per Edith, che a Moissac trova una nuova famiglia e tanti nuovi amici: Sarah, in primo luogo, con un sorriso cordiale e amichevole e un destino così simile al suo; Shatta e Bouli, che si prendono cura di tutti loro come se fossero dei figli; e l’intero villaggio, che condivide il loro segreto, e li aiuta a nascondersi dietro le colline nel caso di retate naziste.

Fare ciò che è giusto. Edith rifletté su questo messaggio. Ecco perché gli abitanti di Moissac aiutavano i bambini. Non perché venivano pagati, come il contadino che aveva preso la collana di perle di Mutti o come i poliziotti belgi che Mutti aveva corrotto perché rilasciassero Papa; solo e semplicemente perché era giusto_p. 73.

Circondata da questo clima di solidarietà umana, Edith impara a controllare la paura e l’angoscia, a non  lasciarsi sopraffare dalla disperazione e dalla nostalgia dei suoi genitori, ad affrontare le tante disavventure che ancora la attendono prima della fine della guerra, a non scordare la sua vera identità, a non abbandonare la speranza.
Una piccola storia, questa di Edith, che rappresenta una luce per tutti noi. Perché la scelta della comunità di Moissac continua a brillare nell’oscurità di quella tragica realtà, anche a distanza di tanti anni. E continua a indicarci la strada. Tanto che la potenza del suo messaggio travalica anche i limiti espressivi, determinati da una scrittura un po’ piana e forse fin troppo colloquiale.

kathy_kacerKathy Kacer è canadese. Come racconta nel suo sito i suoi genitori sono entrambi sopravvissuti all'Olocausto, il padre addirittura al campo di concentramento: “My parents were both survivors of the Holocaust. My mother survived the war by hiding. My father was a survivor of the concentration camps. Their stories of survival were an inspiration to me as I was growing up. As an adult, I was determined to write their stories and pass them on to young readers. In that way, future generations would never forget that time in history.

Se volete conoscere  da vicino la sua storia e i tanti libri che ha scritto sulla guerra potete visitare il suo sito.

Se volete approfondire il tema, aspettateci: arriveremo presto con altri libri, altre storie, altre memorie.