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Dal libro ...
Il bambino con il pigiama a righe, di John Boyne, Fabbri, 2006
«Hai molti amici?» gli domandò Bruno, piegando leggermente la testa di lato in attesa della risposta. (…)
«Non proprio» disse Shmuel. «Dalla mia parte del reticolato siamo un sacco, cioè un sacco di bambini e bambine della nostra età. Ma passiamo il tempo a fare la lotta, ecco perché sono venuto qui. Per stare da solo.»
«È così ingiusto» disse Bruno. «Non capisco perché io devo essere prigioniero da questa parte della rete dove non c’è nessuno con cui parlare e giocare, mentre tu hai molti amici con cui probabilmente giochi per ore ogni giorno. Ne parlerò con mio padre.» (pp. 116_117)
«Potrei venire io da te» disse Bruno. «Magari potrei venire a conoscere i tuoi amici» aggiunse speranzoso. Aveva sperato che l’idea partisse da Shmuel, ma non c’era stato alcun cenno in proposito.
«Ho paura che tu sia dalla parte sbagliata della rete» disse Shmuel. (p. 138)
Bruno, 9 anni, apprende con sconcerto di dover abbandonare Berlino e i suoi amici a causa del padre, un ufficiale nazista, trasferito per una importante missione. Ma la nuova casa in cui si ritrova a vivere è il luogo più freddo e solitario del mondo, senza altre persone né bambini con cui giocare, fare amicizia, litigare.
Dalla finestra della sua camera Bruno osserva il paesaggio circostante, che si estende oltre l’alta recinzione del giardino: laggiù un enorme reticolato di filo di ferro di cui non si scorge la fine corre su un terreno rossastro e sabbioso sul quale si ergono baracche, edifici squadrati e un paio di costruzioni con il camino. In questo insolito paesaggio, un brulichio di individui di età diverse, tutti vestiti con uno strano pigiama e uno strano berretto a righe. Chi sono queste persone? Perché vivono lì ammassate? Cosa significa che “non sono uomini”? (come sente dire dal padre e dai militari che invadono la sua casa).
Nonostante i divieti, Bruno decide di andare in esplorazione fino al campo, e qui fa amicizia con Shmuel, un bambino con il pigiama a righe, che ha la sua stessa età ma che vive dall’altra parte del reticolato. Bruno si sente prigioniero nel suo mondo di solitudine, e invidia Shmuel per tutti i compagni che sono nel campo, mentre lui è costretto ad annoiarsi senza amici con cui giocare.
È l’inizio di una amicizia che va oltre le contrapposizioni segnate da quel filo spinato, il cui significato rimane incomprensibile per i due bambini. Ma è anche l’inizio di una nuova avventura, che porterà Bruno, in nome dell’amicizia, a compiere la sua ultima esplorazione…
… al film
Il bambino con il pigiama a righe, regia di Mark Herman, USA/UK 2008, Miramax Films (distribuito in Italia dalla Walt Disney Pictures)
Avevo già letto il libro, con qualche perplessità, e ho voluto vedere anche il film, di cui avevo letto recensioni discordanti.
Ho convinto mia figlia ad accompagnarmi, e alla fine mi è spiaciuto averglielo proposto. Questo per dire che ho trovato il film davvero "assurdo" e "inutilmente" crudele.
Già ritengo che i romanzi sulla Shoah non abbiano molta ragione di esistere (in questo mi conforta il ben più autorevole parere di Elie Wiesel, il quale sostiene che è impossibile chiedere a un lettore di identificarsi con una vittima dello sterminio), ma il libro un suo senso poteva averlo: l'innocenza infantile che sa guardare oltre le contrapposizioni, che sa riconoscere quasi istintivamente tra il bene e il male, che sa osservare il mondo senza pregiudizi, con sguardo puro e solidale (anche se preferisco citare altre storie, storie vere appunto, quando affronto questo tema con i ragazzi).
Il film risulta stereotipato, con uno scarso approfondimento psicologico dei personaggi, poco credibili nel loro insieme: dall’assurdamente crudele tenente Kotler, al borioso comandante Ralf, padre di Bruno, alla inconsapevole madre, Elsa. Ed è inutilmente crudele il finale (anche se questa è proprio la parte più realistica della storia), con quell’eccessivo e non necessario indugiare sulle camere a gas (mentre nel libro tutto è più sfumato, lasciato intuire, in sintonia con l’atmosfera della storia).
Temo per tutti i giovani spettatori costretti a subire queste immagini, causa le proiezioni scolastiche (e spero bene che gli insegnanti vadano a vedere il film prima di proporlo).
Mi sconcerta anche che la tragedia della Shoah passi in secondo piano rispetto alla disperazione di una famiglia, quella del comandante del campo, che perde il figlio. Punto di vista del tutto arbitrario per affrontare questo evento, che non aiuta certo a capire la Storia (quella con la S maiuscola). Mi infastidisce enormemente guardare alla Shoah attraverso il punto di vista degli oppressori, essere indotta a provare pena per la famiglia tedesca, di fronte alla tragedia che quella stessa famiglia ha contribuito a creare.
Considero inutile e controproducente fare vedere questo film ai ragazzi. Se di eventi tragici dobbiamo bombardarli, per lo meno che siano reali e, soprattutto, che aiutino a capire.
E allora ben venga un Benigni con "La vita è bella", dove capiamo che la favola è davvero una favola.Già un po’ di anni fa alcuni studiosi mettevano in guardia contro il rischio di spettacolarizzazione e commercializzazione della Shoah, alimentato dalla stessa istituzionalizzazione del Giorno della Memoria. A ragione, certamente, e con una certa lungimiranza.