Paure, sogni, speranze... alla mia età
Credo che a quest'età tutti abbiano bisogno di avere sogni e speranze.
Forse i sogni sono le difese dalle paure. E forse le paure, a volte, ci caratterizzano. C'è chi ha paura anche della propria vita, o della persona che è oppure della gente che gli o le è attorno.
Personalmente, ho paura del futuro.
Ma ho anche tanti sogni, tante speranze, tante illusioni.
Mi piace il periodo che sto vivendo. È un momento della vita in cui si riflette, magari si hanno già le idee chiarissime, oppure si ha tanta confusione in testa. Confusione della propria vita. Quando non capisci più perché provi fitte al cuore, perché a volte ti ritrovi a piangere così, all'improvviso e non capisci più se quello in cui speri si può realizzare o no. Una confusione che io ho già provato e che, credo, tutti proveranno. Succede. Fa parte della vita. Spesso i sogni sembrano infiniti. Irraggiungibili. Come se non arrivasse mai la fatina pronta a farci felici.
Ho paura. Sì, ho paura. Della mia vita, del futuro che un giorno mi ritroverò a vivere. Che ne sarà del mio destino? Sarà davvero quello che voglio? O sarà un'esperienza totalmente diversa da quella che immagino ora? Cambierò idee riguardo alle mie paure, ai miei sogni, alle mie speranze?
Quante domande e così poche risposte!
Spesso i ragazzi cercano di nascondere le proprie paure, per dimostrarsi forti. A volte, sono proprio loro quelli che hanno più paura.
I sogni invece, sono l’essenza di noi giovani. Mi piace come Shakespeare descrive le nostre illusioni: “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”.
In fondo è la realtà. Siamo fatti di sogni, di speranze, di illusioni.
Allora sogniamo, speriamo, immaginiamo, disperiamoci, per la nostra vita. Una vita, tante vite in cui sono importanti le nostre voci. Allora facciamole sentire. Forte. Anzi no, fortissimo.
Urliamo!
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Grazie a lei, ai suoi sogni, alle sue paure, sono nate le pagine di Storie_FL che state leggendo e che potete scrivere anche voi, rispondendo a lei o raccontando di voi.
A Sognatrice persa diciamo grazie per lo spazio che apre e rispondiamo offrendole le parole di Jesse Flood, anni 14 o giù di lì:
Strana, la vita. Strano essere ragazzi. Ne stavo parlando con Flynn un po’ di tempo fa e lui mi ha detto che è come stare dentro un tunnel. Per anni e anni sei dentro quel tunnel, un tunnel buio e vuoto dove non accade mai niente. Non c’è niente prima e niente dopo, nessuna uscita e nessuna entrata, per anni. Non riesci neanche a respirare, e tutto quello che puoi fare è aspettare e aspettare, boccheggiando, aspettare che il sole torni a splendere di nuovo, a spettare che arrivi qualcuno a indicarti l’uscita. Qualcuno che ti mostri chi sei veramente.
E io gli ho detto: — Va bene, ma altre volte invece è come se tu stessi dentro un tunnel completamente diverso. È buio, un tunnel buio, proprio come hai detto tu, ma non sei arenato lì e basta, ad aspettare la luce. No, ci stai sfrecciando dentro, stai andando a palla sui binari, come se dovessi arrivare alla fine, come se avessi una tigre che ti sta per mordere la coda, o una locomotiva alle calcagna, come se non potessi fare nient’altro che correre a perdifiato, sfrecciare, correre, verso quello che devi diventare.
Tu corri, corri e pensi di essere arrivato in fondo, pensi che finalmente stai per tornare alla luce, nel futuro, ma c’è sempre un’altra curva. E il buio continua. Ancora. E ancora.
Ma in tutti e due i casi, su questo eravamo d’accordo, io e Flynn, sei prigioniero là dentro. Piantato in quel tunnel per anni, gli anni più lenti della tua vita, senza avere il modo di sapere dove ti porterà, e quando finirà, e cosa troverai, e chi sarai quando sbucherai dall’altra parte.
E il solo modo di attraversarlo, quel tunnel, è di non diventare come gli altri... l’unico modo di rimanere onesti verso sé stessi è di non uscire abbagliati alla luce del sole come una copia carbone degli altri: un lavoretto, una casetta, una macchinina, una mogliettina. È fare le cose in modo diverso. Andare leggermente fuori dai binari.
Da Io sono l’arcobaleno, di Malachy Doyle, Buena Vista 2003, pp. 136_137