Rosarno, basta la parola.
Noi da che parte stiamo?
Da quella di John della Notte, di Gary Paulsen, un bel libro purtroppo scomparso (ma potete cercarlo in biblioteca).
Da quella di altre storie. Noi abbiamo solo le parole e i nostri gesti da usare. Cerchiamo di usarli bene. Cerchiamo di non frustare anche noi John della Notte.
Questa è una storia su John della Notte. E un po’ anche su di me, visto che ci sono dentro. So cos’è successo e in qualche modo ne faccio parte. Ma è soprattutto una storia su di lui.
John della Notte.
(...)
Waller era padrone di tutto. Non c’era nessun posto dove si fosse al sicuro da lui: era un padrone di tutta la terra e delle baracche. Padrone di Mammy. Entrò lì dentro come una furia e mi afferrò per il braccio. Teneva me, ma guardava Mammy.
— Chi è che le insegna a leggere?
— Cosa? — domandò Mammy, sgranando due occhi innocenti da sono-appena-venuta-al-mondo.
Waller continuva a fissarla. Ansimava, una specie di rantolo regolare e ritmato, come una sega che taglia il legno. (...)
— D’accordo.L’hai voluto tu! — urlò Waller furioso e afferrò non me, la colpevole, ma la mia Mammy. La agguantò per il polso, trascinandola fuori dalle baracche, oltre il cortile, fino alla sorgente, dove la incatenò ai ceppi della parete.
Poi se ne andò, lasciandola lì appesa. E io, che li avevo seguiti, corsi subito da lei.
— Ti frusterà — gridai, piangendo disperata. (...) — È tutta colpa mia! — gridai, tirando con forza le catene, che non cedettero. —Scrivevo la parola, senza pensare a dov’ero, e lui mi ha visto e adesso ti frusterà.
Allora il suo sguardo si posò su di me. Io piangevo, ma lei no. Aveva gli occhi taglienti, la bocca tirata.
— Mi avrebbe frustato comunque, prima o poi. Avrebbe trovato qualche altra scusa: a certa gente piace la frusta.
— John! — esclamai. — Vedrai che John lo fermerà.
Da John della Notte, di Gary Paulsen, Mondadori 1996, pp. 9 e 44_45
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Wole Soyinka (Nigeria)
Il prezzo sembrava ragionevole, l'ubicazione era del tutto ininfluente.
La padrona di casa giurò di abitare altrove. Non rimaneva altro che la confessione. "Signora", la informai, "odio fare viaggi a vuoto - io sono africano".
Silenzio. Muto indizio di un lungo ammaestramento perfettamente padroneggiato. Poi la voce, impastata di rossetto, sbuffata attraevrso un bocchino lungo e dorato. Mi ero messo nel sacco da solo, come un idiota.
"QUANTO SCURO?"... Avevo sentito bene... "LEGGERMENTE SCURO O MOLTO SCURO?" Pulsante B. Pulsante A. Afrore rancido di chi gioca a nascondino con le parole. Cabina telefonica rossa. Cassetta della posta rossa. Omnibus rosso con doppie ruote che spiaccicano l'asfalto. Era tutto vero! Imbarazzato dal silenzio insolente, capitolo. Lo stupore mi spinge a chiedere una spiegazione. E lei, premurosa, opera una sollecita variazione lessicale - "È NERO O CHIARO?" Rivelazione.
"Intende - come il cioccolato fondente o quello al latte?" Il suo tono era clinico, umiliante nella sua impersonalità. Mi sintonizzo rapidamente su quella lunghezza d'onda e scelgo la risposta.
"Seppia afro-occidentale - poi aggiungo, "sta scritto nel passaporto". Altro silenzio segue quel volo pindarico spettroscopico, finché un barlume di sincerità non ammorbidisce la voce dura che esce dalla cornetta. "COME?" ammette. "E CHE COLORE SAREBBE?" " Bruno" "NERO, INSOMMA" "Non proprio. La faccia è bruna, ma signora, dovrebbe vedere il resto. Palmi delle mani e dei piedi, biondo perossido. Lo sfregamento dovuto al continuo sedermi - scioccamente signora - ha fatto sì che il culo mi diventasse nero come un corvo e - Un momento signora! - la imploro sentendo il ricevitore riabbassarsi di colpo - Signora, non sarebbe forse meglio se controllasse di persona?"
da Tamburi parlanti, Giannino Stoppani Edizioni, 2005, p. 82-83