
Un libro per ricordare, un libro da ricordare:
I giorni della mia giovinezza, di Ana Novac, Mondadori (Supertrend), 1994
Tanti sono gli eventi e le iniziative in programma, nelle scuole e in biblioteca, nei teatri e nei cinema, in occasione del giorno della memoria. Anche noi ci inseriamo in questo contesto con la nostra proposta, e dato che parliamo in primo luogo di libri, vogliamo ricordare attraverso un libro in particolare, un libro per ricordare ma, nello stesso tempo, un libro da ricordare perché oramai introvabile, se non sugli scaffali di qualche biblioteca per ragazzi che ha avuto l’attenzione di acquistarlo quindici anni fa quando fu per la prima volta pubblicato in Italia.
Ma I giorni della mia giovinezza non è un libro di cui ci si può dimenticare. È il diario di Ana Novac, una ragazzina quattordicenne, nata nel Nord della Transilvania ungherese da una famiglia di origini ebraiche, arrestata e deportata nella primavera del 1944 in seguito all’occupazione nazista del suo paese.
È un libro che vorremmo ritrovare, in biblioteca o in libreria, accanto al più famoso Diario di Anne Frank, sua coetanea e contemporanea, o di fianco alle testimonianze ormai classiche sulla Shoah di Primo Levi o di Etty Illesum.
Per quali ragioni?
Perché questo libro, che inizia proprio nel punto in cui finisce il ben più famoso Diario di Anne Frank - cioè alle soglie dell’inferno, dentro il Lager - sembra che sia l’unico diario arrivato fino a noi scritto proprio durante il periodo di detenzione ad Auschwitz e negli altri campi attraverso cui passò la giovane protagonista, diventata in seguito una famosa scrittrice e commediografa. E mentre vediamo Anne Frank abbandonare, al momento dell’arresto, il suo prezioso diario, grazie al quale aveva resistito ai lunghi 25 mesi di segregazione nell’Alloggio segreto, prima di entrare nell’inferno dei campi di concentramento, in quello stesso inferno, dietro il filo spinato, troviamo Ana Novac decisa a resistere, ostinatamente aggrappata ad un mozzicone di matita e ad un frammento di carta:
Come potevo scrivere in condizioni in cui vivere, o semplicemente respirare, era un perpetuo miracolo? È la storia stessa del diario: un mozzicone di matita trovato nella sabbia, la carta da mimetizzazione (grigia, per fortuna)… «Il lavoro rende liberi», «La pulizia è salute», e altri manifesti che staccavo dai muri e che ritagliavo per farne “foglietti”… Gli zoccoli di legno, l’unica cosa che ci restituivano dopo le disinfestazioni, mi servirono per nascondervi i miei fogli. Quando se ne accumularono troppi, li imparai a memoria, riassumendo in poche parole tutti i capitoli che poi, arrivando in un altro camp, ricostruivo e ricopiavo. Tutto questo a rischio di farmi pescare e liquidare. Ma il fatto di lavorare in qualche modo contro i Fritz, per me era una tentazione troppo grossa. Certo, avevo paura per la mia vita, ma ancora di più per le mie annotazioni. (pp. 3_4)
Un libro che colpisce per la profondità e la maturità delle riflessioni, per la grande cura stilistica con cui fu scritto, per la potenza e la forza della narrazione. E i pregi letterari sono ancora più significativi perché, come osserva Ana Novac nella sua introduzione, scrivere crepando di fame è ben diverso che farlo in casa propria, in un letto o in classe, sotto il banco, dopo una buona colazione. (p. 4)
Ancora, non possiamo dimenticare queste pagine perché rappresentano un documento originale che contribuisce a chiarire la parte più oscura della vicenda della deportazione, e cioè come si viveva nel campo, giorno per giorno, ora per ora; come alcuni sono riusciti a sopravvivere, come, in cenci, prive di tutto, queste ombre umane hanno saputo conservare l’allegria, l’aggressività, il sarcasmo di un tempo. (pp. 4-5)
Così, in ogni campo in cui si ritrovò deportata, Ana cercò sempre di conquistarsi, nella baracca a lei assegnata, il posto sulla brandina più alta, per poter scrivere indisturbata, approfittando degli ultimi barlumi di luce che filtrava dal soffitto. Aiutata in questa follia dalla compagna Sophie, spinta dall’irresistibile bisogno di mettere per iscritto quello che pensava, vedeva, toccava, Ana registrò giorno per giorno gli orrori del campo, la disumanizzazione, i sofferti tentativi di sfuggire alla morte, la fame e il freddo, la violenza e la sofferenza quotidiana. Senza mai rinunciare all’ironia, sia per resistere alle atrocità dell’ambiente attorno a lei, sia per mantenere il distacco necessario a sopravvivere.
Alla fine, non possiamo dimenticare queste pagine perché per Ana, come per molti altri ragazzini che iniziarono a scrivere durante la guerra, il suo diario rappresentò una forma, la più strenua, di resistenza all’orrore del Lager:
Forse – scrive Ana – devo la mia sopravvivenza al mio diario, che mi lasciava appena il tempo di pensare alla fame, a mia madre…
Diciamo piuttosto che la mia fame di scrivere era più forte di ogni altra fame, di ogni altra paura, più forte dei pidocchi, della diarrea. Più forte del Terzo Reich. (p. 5)
Ana osservava, pensava, scriveva, esisteva. Il suo desiderio di scrivere è riuscito a sconfiggere il Lager, e a consegnarci una testimonianza unica.
Un libro, questo, che solo in senso riduttivo può essere considerato per ragazzi, e che merita l’attenzione di tutti i lettori che vogliono conoscere come si viveva, si moriva, si sopravviveva nei campi di sterminio nazisti.
Non permettiamo che questo libro sia dimenticato.
Cerchiamolo in biblioteca e leggiamolo con tutta l’attenzione, l’emozione e il rispetto che merita.
In attesa che qualche editore si decida a ristamparlo e a collocarlo finalmente tra le testimonianze irrinunciabili della Shoah.
Un libro da ricordare, e per ricordare.
Voi potete continuare, aggiungendo i vostri libri. Per ricordare non solo nel giorno della memoria, ma anche in tutti gli altri giorni dell’anno.
| Chi siamo | Contattaci | Redazione | Webmaster | FAQ |
>
- Lei ha preso Noè a modello?
- Sì. Colleziono come lui. [...] In questo momento sto facendo due collezioni: la collezione zingara e la collezione ebraica. Tutte cose che Hitler vuole annientare. Ogni sera mi ritiro qui per meditare sui testi ebraici. E durante il giorno, nel mio ufficio, imparo l’ebraico. Se il duluvio continua, se nell’universo non resta più un solo ebreo che parli l’ebraico, io te lo potrò insegnare. E tu lo potrai trasmettere.
- Così sarà come se lei fosse Noè e io suo figlio!
da Il bambino di Noè, di Eric-Emmanuel Schmitt, Rizzoli 2004